Pagina:Istorie dello Stato di Urbino.djvu/138

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Libro Secondo. 99

CAPITOLO TERZO.

Di Fano Cittá della Fortuna.


Ne gli estremi della Metaurense pianura, nel precedente Libro descritta, vicino al luogo, dove l’Arzilla sgorga, con arenoso piede le sue poche acque al mare, campeggiar si vede, di sontuosi edificij, & di torreggianti moli adorna la bella, ed antica Città di Fano; la quale, come per la nobiltà sua rendesi al Mondo famosa, cosi da gli Scrittori ne i Volumi loro, viene con encomi degni celebrata, come da Pomponio Mela de situ orbis, da Strabone nella Geografia, da Plinio nella sesta Regione d’Italia, da Cesare nel primo delle guerre Civili, da Tacito nel decimo dell’Historie, da Claudio Tolomeo nella Tavola sesta d'Europa, da Pio Antonino nell’Itinerario, da Agathias nelle guerre Gotiche, da Procoplo nel terzo Libro delle medesime, da Nicolò Perotti nel Cornucopia, da Flavio Biondo nell’Italia illustrata, da Leandro Alberti nella Descrittione dell'istessa, da Francesco Panfili nel suo decantato Piceno, e da mille altri, che per non tediar chi legge, nella mia penna si lasciano. Ne da picciol cagione furono indotti questi si altamente à ragionar di Fano, testimoniando quanto di esso scrissero le ruine de gli edificij eccelsi, che sino al giorno presente si scorgono in quel sito; & in particolare (al riferir del Nolfo, & del Bolgaruccio, che ambi di questa Patria loro egregiamente scrissero) si veggono i fondamenti del Tempio illustre à tutto il Mondo noto della Dea Fortuna: si come da ogni sua Provincia vi concorrevano à sacrificar i popoli; per fermar à i voti loro l’instabil Dea; e di quell’altro insieme, ove le cieche genti ancora vivo adoravan’Augusto.

Vicino al Foro si servano i fondamenti della famosa Basilica, che Vitruvio per meravigliosa descrisse ne i libri della sua Architett. come attesta Girolamo Rossi nel terzo libro dell’Historia di Ravenna; contro di cui l’Anno 535. vibrando i Barbari del lor furore le fiamme; non altro sopra il terreno, che una Torre lasciarono, accioche funesto spettacolo à’ posteri si rendesse, in segno delle ruine acerbe, che sopra inon

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