Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/137

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Cicerone 117

della moglie di lui. L’aristocrazia romana vedevasi sull’orlo dell’abisso; ed egli per consolarla scrisse la Storia delle famiglie illustri. Risparmiato nelle proscrizioni, calmo ne’ bollimenti civili, onorato nell’Impero, quando sentì aggravarsi una malattia, lasciossi morir di fame. Cornelio Nepote, che ne tessè un panegirico anzichè la vita, lo propone a modello, come un piloto che sa guidar la nave tra le bufere. Di questi, come de’ migliori contemporanei, era amico Cicerone.


XV.


Le doti e i difetti suoi come uomo riproduconsi in lui scrittore e filosofo. La sua eloquenza è, rispetto a quella di Demostene, ciò che il gentile epico romano rispetto al «primo pittor delle memorie antiche». Acconciata singolarmente a far effetto o a persuadere, di perfetta eleganza, e spesso tonante con irresistibile forza; nondimeno, nella libera e naturale potenza, come negli alti e felici ardimenti, resta gran tratto inferiore a quella con che l’oratore ateniese cercava suscitare l’assopita energia de’ suoi concittadini contro l’insidiosa politica del Macedone oppressore. I latini oratori si erano fissati sulla formazione del periodo, sicchè ad una parola importante, che attirava il tono della voce, seguissero altre di minor conto, esperimenti qualità o idee secondarie, che riuscissero poi ad una ancora di rilievo, colla quale chiudeasi il senso. Il periodo avea dunque un principio, un mezzo, un fine, e le parole costituivano un insieme armonico e compiuto quanto il concetto che esprimevano. Seguire queste norme era l’arte dell’oratore, che così rendeva il suo eloquio numeroso e melodico. Cicerone, nel De oratore, difende il suo fare, e toglie a convincere che l’eloquenza non è un semplice genere d’ingegno e di pratica, ma fina arte. Vuol dare a Bruto l’immagine dell’ottimo oratore, e com’era ad aspettarsi, ritrae sè stesso. L’eloquenza per lui era riserbata al vero oratore, che «nel foro e nelle cause civili dica in modo di provare, dilettare, persuadere». Quinci lo studio della parola, che deve colpir l’orecchio, non l’occhio e l’attenzione come avvien negli scritti. Trova dunque «molle e ombratile» il discorso de’ più grandi filosofi, dal divino Teofrasto, di Senofonte per cui bocca diceasi aver parlato le Muse; perchè non aveano nulla di iracondo, li invido, di atroce, d’astuto, di mirabile.

Pur troppo i moderni vollero conformarsi a quel tipo, e supposero lo