Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/203

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cristoforo colombo 183


«In nomine Domini Nostri Jesu Christi.

Cristianissimi, altissimi, eccellentissimi e potentissimi principi, re e regina delle Spagne e delle isole del mare, nostri sovrani.

Nel 1492, dopo messo fine alla guerra contro i Mori, in conseguenza de’ ragguagli forniti alle Vostre Altezze sulle terre dell’India e sopra il Gran Kan, che in nostra favella vuol dire re dei re, e come molte volte esso e i suoi predecessori avessero spedito a Roma per dimandare maestri di nostra santa fede, e che il santo Padre non aveva a ciò provveduto, e tanti popoli stavano addormentati nell’idolatria, e professavano dottrine di perdizione; le Vostre Altezze, come principi cattolici, propagatori di nostra santa fede e nemici della sètta di Maometto, hanno deciso d’inviar me, Cristoforo Colombo, nelle contrade dell’India per vedere quei principi, il paese e gli abitanti, esaminarne la natura e il carattere, e trovar modi per convertirli alla nostra santa religione; ed hanno ordinato che io non andassi per terra in Oriente come è uso, ma per mare volgendomi dritto a ponente, strada che, sino ad ora, non sappiamo che alcuno abbia seguita. Le Altezze Vostre, dopo cacciati tutti i Giudei dai loro regni, mi hanno comandato, nello stesso mese di gennajo, di trasferirmi con convenevole armamento nelle suddette parti dell’India, e m’hanno a tale effetto conferiti grandi favori, nobilitandomi sì che per l’avvenire io possa chiamarmi don; nominandomi grand’ammiraglio dell’Oceano, vicerè e governatore di tutte le isole e continenti che io scoprirei, e che poi potessero venire scoperti nell’Oceano, volendo che il mio figlio maggiore a me succedesse, e così di generazione in generazione in perpetuo. Io partii in conseguenza da Granata il sabbato 12 maggio per trasferirmi a Palos, dove armai tre navi capaci per questo ufficio, e il venerdì 3 agosto, mezz’ora innanzi il sorgere del sole, levai l’ancora, avendo a bordo viveri in abbondanza, e buon numero di marinaj,

    «Mi duole al vivo di non poter venire in persona a Roma per presenltare a V. S. uno scritto, ove raccontai i miei fatti alla maniera dei commentarj di Cesare, continuando dal primo giorno fin al presente». Da qui siam certi che l’ammiraglio scrisse giorno per giorno gli accidenti di tutti i suoi viaggi; il che è pure attestato da Fernando; ma non ci resta che un estratto del primo viaggio, fatto di pugno dell’arcivescovo Bartolomeo Las Casas, il quale però, invece di copiare fedelmente lo scrilto di Colombo, lo compendiò, aggiungendo precise parole dell’ammiraglio quando lo trascrive; ma troppo spesso entrando a parlar di Colombo in terza persona.