Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/382

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
360 illustri italiani

glievasi ordinariamente il senatore. Per prendere parte con loro o per non restarne oppressi, anche gli altri signorotti aveano mutato in fortezze i palazzi e il Coliseo e gli altri avanzi della magnificenza romana; la campagna era corsa e guastata da masnade; i baroni minacciavano e rapivano, deturpavano gli asili delle vergini sacre, traevano a disonore le zitelle, involavano la moglie dalla casa maritale; i lavoranti, quando andavano fuori a opera, erano derubati fin sulle porte di Roma1.

Nella lontananza dei papi il popolo aveva introdotto un governo municipale, divisa la città in tredici rioni, ciascuno con un banderale; quattro membri per rione componevano il consiglio del popolo, che aveva anche un altro collegio di venticinque membri, con un capitano per comandare le forze, senza rappresentanza negli interessi civili. A capo del popolo come politica comunità stava il prefetto di Roma, mentre il senatore rappresentava la legge, superiore anche ai nobili: e qualora un nuovo papa fosse eletto, mandavansi deputati ad Avignone a prestargli l’omaggio ligio.

All’elezione di Clemente VI era fra questi Nicola figlio di Lorenzo2, un de’ ciucciari che portavano l’acqua in città, prima che Sisto V vi conducesse la Felice, e che Roma diventasse la città delle fontane. Cola di Renzo (come lo chiamavano) dalla lettura de’

  1. «La citiate di Roma stava in grannissimo travaglio. Rettori non avea. Onne di se commettea. Da onne parte se derobbava. Dove era loco de vergini, se detorpavano. Non ce era reparo. Le piccole zitelle se ficcavano, e menavanose a deshonore. La moglie era tolta a lo marito ne lo proprio lietto. Li lavoratori, quando ievano fora a lavorare, erano derobbati. Dove? fin su la porta di Roma. Li pellegrini, li quali viengo pe merito de le loro anime a le sante chiesie, non erano defesi, ma erano scannati e derobbati. Li preti stavano per male fare. Onne lascivia, onne male, nulla justitia, nulla freno: non c’era più remedio. Onne perzona periva. Quello più havea ragione, lo quale più potea co la spada. Non c’era altra salvezza, se nò che ciascheduno se defenneva con parienti, e con amici. Onne die se faceva addunanza». Tomaso Fortifiocca, Vita di Cola di Rienzi, tribuno del popolo romano, scritta in lingua vulgare romana di quella età. Bracciano, 1624.
  2. Du Cerceau, Conjuration de Nicolas Gabrini dit de Rienzi, tyran de Rome, Parigi, 1733. — Papencordt, Cola de Rienzo, und seine Zeit, besonders nach ungedruckten Quellen dargestellt. Amburgo e Gotha, 1841. I documenti inediti sono lettere di Cola a Carlo IV e all’arcivescovo di Praga, cui racconta in latino tutta la sua storia. In esse lettere, Cola pretende essere generato da Enrico VII, cui sua madre in una bettola di Roma «ministrabat, nec forsitan minus quam sancto David et justo Abrahæ per dilectas extitit ministratum».