Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/441

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torquato tasso 417

fellonia1. Poi rivolgendosi a Dio, si scagiona delle incredulità: — Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che, tutto dentro e di fuori lordo e infetto di vizj della carne e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito.... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s’io ti conosceva solo

  1. — L’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio d’inforlunj così grande, che argine o riparo d’umana ragione, o favore delle serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono, non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi accuse?»
    E qui s’avviluppa in distinzioni aristoteliche sul prevalere dell’intelletto o della volontà; poi dopo lunghissimo divagare torna in proposito: — La principale azione della quale sono incolpato, e la quale per avventura è sola cagione che io sia gastigato, non dee essere per avventura punita come assolutamente rea, ma come mista; perchè non per elezione la feci, ma per necessità; necessità non assoluta ma condizionata; e per timore ora di morte, ora di vergogna grandissima d’infelice e perpetua ingratitudine. E perciocchè Aristotele pone due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono, sebbene io non ardisca di collocare la mia nella prima specie, di riporla nella seconda non temerò. Nè giudico meno degne di perdono le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo.... Ma molte fiate, ove l’ira più abbonda ivi è maggior abbondanza di amore. Ed io, consapevole a me stesso, ne potrei addurre molti testimonj che in amare il mio signore, e in desiderare la grandezza e la felicità sua ho ceduto a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione agli amici, e nel desiderare e procurar lor bene quanto per me s’è potuto, ho avuto cosi pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille bestemmie con le quali tutto il dì e offeso da’ peccatori, possono bene anche i principi alcuna parola contro lor detto perdonare.... Il dar per castigo ad un artefice che non si eserciti nell’arte sua è certo esempio inaudito.... Il principe volle con ciò per avventura esercitar la mia pazienza o far prova della mia fede, e vedermi umiliare in quelle cose dalle quali conosceva che alcuna mia altezza poteva procedere, con intenzione poi di rimovere questo duro divieto quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse.... Ma io non solo poco ubbidiente in trapassare i cenni del suo comandamento, ma molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì dura legge, partii, non iscacciato, ma volontario da Ferrara, luogo dov’io era, se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche dal grandissimo desiderio che io aveva di baciar le mani di sua Altezza, e di riacquistare, nell’occasione delle nozze, alcuna parte della sua grazia».
CantùIllustri Italiani, vol. I 27