Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/453

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torquato tasso 429

nel descrivere l’età dell’oro il Guarini abbia voluto opporre buona morale alla scorretta del Tasso1.

La tragedia del Torrismondo, della quale appena pubblicata si fecero dieci ristampe, fondata s’un amore incestuoso di fratello, tiene degl’intrecci romanzeschi che allora piacevano, e degli orridi che oggi ripiacciono, poichè pone a contrasto l’amore e l’amicizia: molta parte, sebbene non integrante, vi ha il coro e in conseguenza la lirica, la quale pure campeggia in molte parlate e sentenze; pure gli accidenti vi sono intralciati, inverosimili, precipitati, lunghi i discorsi, inopportune le descrizioni, e quello sfoggio di lirica guasta i parlari passionati.

I sonetti e le canzoni del Tasso diconsi i migliori dopo il Petrarca, ma chi ormai li legge? e pochi le lettere e le prose, chiare, inaffettate, ma senza forza, in una facilità che somiglia a negligenza. Benchè il Monti le chiami «fonti mirabili d’eleganza e di filosofia e di magnifica lingua sceltissima», stanca quel non procedere mai per ragionamento indipendente, mai per sentimento, bensì appoggiarsi continuo all’autorità di Aristotele, di Filopono, di Demetrio Falereo, di Orazio, di Quintiliano, e opporvi le objezioni di Seneca, di Macrobio, di Longino, di Socrate, di Boezio. Le più sono discussioni intorno alla poesia, che egli definisce «imitazione delle cose umane, a fine di ammaestramento o a fine di giovare dilettando; questo debb’essere il precipuo suo scopo. La descrizione di cose

  1. Siccome il Tasso aveva raffigurato sè medesimo in Tirsi, così il Guarini si mascherò in Carini, e de’ guai toccatigli alla Corte di Ferrara geme cosi:

                   Scrissi, piansi, cantai, arsi, gelai,
                   Corsi, stetti, sostenni, or tristo, or lieto,
                   Or alto, or basso, or vilipeso, or caro;
                   E come il ferro delfico, stromento
                   Or d’impresa sublime, or d’opra vile;
                   Non temei risco e non schivai fatica.
                   Tutto fei, nulla fui; per cangiar loco,
                   Stato, vita, pensier, costumi e pelo.
                   Mai non cangiai fortuna. Alfin conobbi
                   E sospirai la libertà primiera;
                   E dopo tanti strazj amor lasciando
                   E le grandezze di miseria piene.
                   Tornai di Pisa ai riposati alberghi.