Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/655

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renata duchessa di ferrara 631


Calvino partì da Ferrara travestito, e avviatosi alle Alpi, giunse ad Aosta poi a Ginevra, che dovea diventare la sua Roma. I lodatori di esso deplorano abbia abbandonato l’Italia, dove avrebbe potuto acquistare il gusto delle arti e il sentimento del bello di cui restò sempre sprovvisto. Certo egli non fa alcun cenno di impressioni estetiche avute in questo viaggio: e il suo soggiorno in Italia fu tanto breve, da non avervi lasciato traccio o scolari.

I papi continuarono a tenere l’occhio sospettoso su Ferrara, semenzajo d’eresia, e Giulio III si prefisse d’estirparla coll’ajuto d’Enrico II di Francia, nipote della Renata. Questi vi mandò il dottore Oriz suo penitenziere e inquisitore in Francia; e Le Laboreur, nelle aggiunte al Castelnau, ci ha conservate le istruzioni dategli. Dovea mostrare

    Ha pure molte lettere a Celio Curione: tradusse dal Boccaccio la novella d’Abramo giudeo: scrivendo a Flacio Illirico, lo ringrazia che primo abbia recato gran soccorso agli Italiani, poveri di celesti lumi; che se mai traduca in italiano qualche opuscolo tedesco di Lutero (il che farebbe ella medesima se il tedesco capisse), o se comporrà alcunchè in italiano, gioverà assai ad estirpar gli errori.
    Molto ella ebbe a soffrire e pei comuni dolori dell’esiglio, e più per l’assedio di Schweinfurt nel 1553, che durò quattordici mesi, quando fu costretta rimanere lunga pezza ascosa nella cantina, poi in piazza fu spogliata in camicia. Fuggita ad Hamelburg con una veste prestatale da una vecchia, errò per la Franconia sinchè il conte d’Erbach accolse lei ed il marito, il quale poi fu nominato professore di medicina all’Università di Eidelberga. Di quivi l’8 agosto 1555 ad una Madonna Cherubina scriveva i suoi patimenti con mesta rassegnazione; ed esortando alla fede in Dio e nel Vangelo. — Il mio consorte fu pigliato due volte dai nemici, che, vi prometto, se mai ebbi dolore, allora l’ho avuto: e se mai ho pregato ardentemente, allora pregai. Io nel mio cuore angustiato gridava con gemiti inenarrabili Ajutami, ajutami. Signore, per Cristo: e mai non ho cessato finch’egli m’ajutò e lo liberò. Vorrei che aveste visto come io era scapigliata, coperta di stracci, chè ci tolsero la veste di dosso e fuggendo perdetti le scarpe, nè avevo calze in piede: sicchè mi bisognava correre sopra le pietre e i sassi, che io non so come arrivassi. Spesso io dicevo: Adesso cascherò qui morta, che non posso più. E poi dicevo a Dio: Signore, se tu mi vuoi viva, comanda alli tuoi angeli che mi tirino, che certo io non posso. Pregate ancora per noi (soggiungeva) come io fo per tutti i cristiani che sono in Italia, che il Signore ci faccia contenti acciocchè possiamo confessarlo in mezzo della generazione diversa.... Qui il padrone è sempre il primo ad andare alla predica; di poi ogni mattina chiama tutta la famiglia, e in sua presenza si legge un Vangelo ed un’Epistola di san Paolo, ed esso a ginocchi con tutta la Corte pregano il Signore. Bisogna poi che ognun de’ suoi sudditi, casa per casa, gli renda conto della sua fede, eziandio le massaje, affine di poter vedere come progrediscono nella religione; perchè dice esser certo, se non operasse cosi, avrebbe a render ragione di tutte le anime de’ suoi sudditi. Deh! fossero così fatti tutti i