Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/48

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40 illustri italiani

una caligine ci sovrasta alle spalle, e ci persegue, sparsa per terra a mo’ di torrente. Divertiamo il cammino, dissi, fin che ci si vede, affinchè, battuti per terra, non siamo pesti da coloro che ci accompagnano nelle tenebre. Eravamo appena seduti, e la notte, non come quelle senza luna o nuvolose, ma quale in luoghi chiusi per lume spento: avresti udito gli ululati delle donne, lo schiamazzo dei fanciulli, il gridìo degli uomini; altri i loro padri, altri i figliuoli, altri i. consorti con le voci richiedere, alle voci riconoscere: qui la propria sciagura, là quella dei suoi commiseravano; c’era chi per timor della morte la morte invocava; molti levavano alto le mani agli Dei; i più negavano che Dei vi fossero, e quella notte eterna e ultima al mondo interpetravano. Nè mancarono di tali che con falsi, e bugiardi terrori i veri pericoli crescessero. C’era taluni che, falsamente ma creduti, riferivano d’essere stati a Miseno e che quello era ruinato e ardeva tutto. Si fece un po di giorno, ’che non parve giorno, ma riverbero del fuoco che facevasi più e più vicino; poi il fuoco ristette più lontano, e novamente tenebre e novamente molta e pesante cenere. Questa, a quando a quando rizzandoci, scotevamci di dosso, altrimente ne saremmo stati coperti e schiacciati dal peso. Potrei gloriarmi che non un gemito, non una voce che non fosse da uomo, siami uscita in tanto rischio, se non avessi creduto ch’io con tutti, e tutte le cose con me perissero: misero ma pur grande conforto nella morte. Finalmente quella caligine assottigliata, quasi in fumo e nebbia risolvevasi; si fece pur giorno; il sole ancora rifulse, scolorito tuttavia, quale suol essere nell’ecclisse. Agli occhi ancor tremanti tutte cose affacciavansi mutate, coperte di alta cenere, quasi neve. Tornati a Miseno, refiziata comechessia la persona, passammo la notte sospesi e incerti tra la speranza e il timore; il timore però prevaleva, giacchè e il tremuoto continuava, e parecchi fanatici con ispaventevoli predizioni pigliavansi giuoco dei proprj e degli altrui mali. Noi poi, avvegnachè fatti sperti dei pericoli e aspettandone di nuovi, non ancora consigliavamoci di partire, finchè non ci giugnesse novella dello zio. Queste cose, non degne certo di storia, tu leggerai senza averle a scrivere, e te incolperai d’avermene fatto dimanda, se non ti parranno degne neppure d’una lettera. Addio».

Queste lettere retoriche sono ben lontane dall’appagare la nostra curiosità. Plinio non era sul luogo, e inoltre, come tutti gli antichi,