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perchè, in condizioni dispari di lotta, essa rimaneva la vinta, ma vinta soltanto dalla forza brutale. Invero nella divisione del lavoro per la conservazione della specie, animata da quella potente forza che è il sentimento della maternità, la donna, anche nelle società primitive, si palesa attiva e capace di invenzioni industriose e, come dice giustamente il prof. Vignoli nel suo notevole studio sulla Psicologia sessuale: – “nelle primitive condizioni umane la protezione e le cure pei neonati rendono la mente della madre alacre e sveglia e la spronano ad escogitare industrie nuove, industrie che nella prima età umana sono tutte scoperte”[1].
La donna nei popoli primitivi
La donna quindi esercitava in tal modo lavori
equivalenti a quelli dell’uomo, anzi lavori non solo
equivalenti, ma ben più faticosi e molteplici.
Chiunque abbia letto libri di viaggiatori o missionari
sui popoli primitivi nell’Africa, nell’Australia
o nelle isole abitate ancora da selvaggi, sarà probabilmente
rimasto addirittura atterrito dalla sorte
terribile che tocca alle donne. Se per l’uomo le
occupazioni principali sono la caccia e la guerra,
che, del resto, non sono continue, la donna invece
deve continuamente attendere ai lavori più duri.
Il capitano Bove nel suo Viaggio nella terra del Fuoco, dopo aver narrato con quali fatiche i Fuegini si procurano uno scarso nutrimento, dice: “Di questa lotta la più gran parte spetta alla donna. Ad essa i più penosi lavori; la pesca, la condotta delle canoe, la conservazione del
- ↑ Prof. Tito Vignoli: Note intorno ad una Psicologia sessuale; pag. 12. - Milano, Dumolard, 1887.