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Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/81

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Forse, ben condotte indagini avrebbero potuto rigalarci qualche sorpresa, e qualche inno di guerra e di gloria riesumare, di quella Lombardia che ai tempi della discesa in Italia di Francesco I come narrano le cronache di Paullo e del Morigi, aveva suonatori di trombe, pifferi e tamburi reputatissimi; ma la storia della musica va un po' a rilento, e se trascurato finora fu il periodo preistorico non meno e forse più quello del medio evo che sbrigativamente ci dice essere stato di completa decadenza per l'arte de' suoni.

Ad ogni modo, se Milano non ha il suo squillo di eroismo non ha neppure più, se mai l'ebbe, la canzone del suo focolare, della fatica casalinga, della sua intimità, dell'anima sua.

La civiltà è troppo solerte livellatrice di usi e costumi, è troppo accurata nel lavare ogni benchè minima macchiolina di color locale, nell'intercettare il passaggio ad ogni più sottile raggio di particolare luce, nel soffocare ogni e qualsiasi vestigia di etnos, per essersi permessa la sbadataggine di lasciare risuonare neppure l'eco di canzone locale nelle città e specie in quella di Milano ov'essa impera dispotica da lunghissimo tempo. Io non comprendo anzi che razza d'idea abbiano mai avuto Giulio Ricordi e Gialdino Gialdini raccogliendo e pubblicando quel traditore Eco della Lombardia. Traditore dico perchè della Lombardia non c'è nulla o quasi. C'è