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sotto l’influenza del cinematografo, abbiamo visto moltiplicarsi queste scene. Comunque l’impossibilità di indicare i particolari e di variare il quadro scenico impedisce che si prolunghino oltre una certa misura. Così la scena della cena nella Febbre dell'oro, che forma l’episodio centrale di tutto il film, non sarebbe possibile a teatro o durerebbe soltanto pochi secondi. Per contrario tutto un monologo, tutto un lungo dialogo accade che sieno espressi in un «primo piano» che duri qualche secondo, perchè nella faccia dell’attore che noi vediamo a mala pena a teatro (e non vedremmo senza binocolo, questo ordigno contrario alla illusione scenica, il cui uso bisognerebbe interdire per questo), possono passare rapidamente le espressioni più diverse e più intensamente rivelatrici di tutto il dramma interiore. Così una scena cinematografica può essere pari per profondità di descrizione e di introspezione ad una pagina di Dostojevsky o di Balzac.
Concludendo, tutta l’arte e tutta la originalità dello sceneggiatore si rivela nel modo con cui vede una data scena o sviluppa una data situazione.
I titoli vanno messi a segnare i gruppi di scene costituenti i vari episodi, che sono come le strofe di cui si compone ciascuna parte, o ad agevolare con battute di dialogo l’intelligenza di alcune situazioni, le quali devono essere sempre sufficientemente intelliggibili anche senza titoli. Tutto il film infine deve essere retto da ciò che abbiamo chiamato ritmo visivo, il quale determina e proporziona l’importanza di ciascun episodio, importanza che si traduce in metri e quindi in durata. Come abbiamo osservato, questo ritmo è più o meno concitato a seconda della frequenza con cui le varie inquadrature si succedono sullo schermo, indipendentemente dall’azione più o meno rapida