Pagina:L'aes grave del Museo Kircheriano.djvu/77

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RAGIONAMENTO 61

all’Enea de’ quattro semissi latini sotto i numeri 12., 12. A. e 13. Questo incontrarsi dell’occhio nelle impronte della Tavola IX. accoppiate quivi alle impronte delle cinque tavole latine e rutule, ne guida la mente a rintracciare tra’ popoli vicini a’ rutuli e a’ latini il padrone antico di questa nona tavola. L’unione delle impronte e l’epigrafe ROMA e ROMANO sono per noi argomento poco meno che certo, essere questa una di quelle genti delle quali costituivasi il nuovo Lazio.

La mitologia e la storia, che ci avevano pur dato un qualche ajuto alla interpretazione delle monete latine e rutule, sono quivi per noi affatto mute. Argomentiam dunque dalla provenienza, dal numero e dallo stile. Le vicinanze di Roma, e più quelle che toccano il mare, a noi le inviano con grande frequenza i per cui il ripostiglio di monte Mario ne favori anche l’asse di questa serie. Ma la loro copia è sì considerevole in queste adjacenze di Roma, che alcune tra le monete romane sono men comuni di queste; rare in loro confronto son quelle de’ rutuli; le quattro serie latine insieme riunite appena eguagliano il numero di queste, rimanendole sempre inferiori nel numero degli assi sì della prima e della seconda, come della quarta serie. Tale poi in esse si appalesa l’eccellenza dell’arte, che quando i fatti e i monumenti meglio che la storia non ci avessero con irresistibile forza convinti, che ne’ due secoli che precedettero le romane devastazioni e conquiste vi fiori in quest’amenissima terra una sublime scuola di tutte quasi le arti d’imitazione, noi seguitandola comune sentenza, saremmo iti in traccia de’ sommi maestri campani, siculi, greci de’ tempi posteriori, per rendere una plausibile ragione della origine di questi monumenti.

Ma posciachè i latini ed i rutuli avevano con sì chiaro linguaggio proclamati i loro diritti sopra le cinque serie precedenti, non ci rimanevano tra’ i popoli confinanti, se non i volsci, in cui veder congiunto il doppio titolo e della sformata quantità di queste monete e della somma eccellenza della lor arte. L’ampiezza ed ubertà delle terre che occupavano, il numero e la grandezza delle città che si erano edificate, il mare che in tanta estensione di spiaggia aprivasi a’ piccoli loro traffici, il nobilissimo porto d’Anzio, ch’era l’emporio del loro grande commercio, e dove svernavano le illustri e formidabili loro flotte, la copia e sublimità de’ monumenti tratti in luce dalle escavazioni praticate in tutta quella loro provincia in quest’ultimi quattro secoli, sono questi i documenti per la cui forza non ai sabini, non agli equi, non agli ernici, non agli aurunci, ma a’ volsci stimiamo si possa attribuire la moltitudine e la bellezza di queste sei monete.

Il loro peso negli assi dalle tredici e anche dalle quattordici oncie scende fino alle dieci: dalla quale varietà non ricaviamo altra conseguenza, se non che sono forse d’origine anteriore alle monete latine, rutule, romane.

La nostra erudizione ed intelligenza non hanno saputo penetrare gli oscuri sensi di queste sei impronte. Qualcuno di noi più perspicace e fortunato