Pagina:L'astronomo Giuseppe Piazzi.djvu/123

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114 VI MUORE.

que’ Padri, cioè nell’ipogeo di S. Gaetano, sotto la chiesa S. Paolo. E là tuttavia riposa il grand’uomo, nella solenne modestia del chiostro, senza una lapide che lo distingua, in attesa di qualche generoso e degno provvedimento dell’età nostra, il quale arrivi a traslatarlo alle affettuose e tranquille aure del clima natio, nel suo Ponte di Valtellina, ove oggi sorge il massimo suo monumento, tra le nevi eterne delle Alpi e gli ultimi purissimi lembi del cielo italiano.

La sua morte fu un avvenimento nel mondo scientifico, notata su’ giornali e le effemeridi di quel tempo; ma, specialmente per gli amici e gli estimatori delle virtù, una perdita dolorosa e irreparabile. Nella sala dei papiri del museo borbonico, ora di Napoli, sotto un suo ritratto a olio, leggesi questo distico:

     Huic coelo emerso Fernandum inscrivere divis,
Et Cererem Siculis restituisse datum est.

Fu il Piazzi alto, diritto e magro della persona; fronte ampia assai e spaziose tempie; naso grosso, la bocca larga e mento sporgente in fuori; occhi piuttosto piccoli e neri, ma pieni di fuoco e lucidissimi, velati da ciglia sottili, angolose; e color della faccia rosso-sanguigno. Fermo di salute, parco ne’ bisogni; vista un po’ risentita negli studi, ma valida sino all’estremo.