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la donna e la scuola 57


realtà qui, che dicevo ora! — è sembrato così giusto che si è finito col fare del verismo pedagogico, — coltivando le facoltà razionali più di quelle del sentimento, facendo esulare ogni concezione idealistica di morale e di religione, d’amore, d’arte e di patria, concezione che valga ad elevare lo spirito e a trasportarlo in una sfera più serena — e sopra tutto in un ambito di maggiore bontà, di minore utilitarismo ambizioso, — dove il sentimento abbia vita e forza sulla ragione, — che valga in una parola ad educare.

Noi dobbiamo — naturalmente — considerare la maggioranza, la massa delle scolare, come appartenenti alle classi popolari — massa che vive in un contatto diretto, continuo, brutale con la realtà più impellente della vita, — che sa già cosa è la lotta, il lavoro e molte volte anche la sofferenza, il vizio, — che matura nel proprio spirito un incosciente scetticismo, un’amarezza indefinita, — materiata di contrasti, di confronti e... d’invidie che daranno domani delle donne attive, laboriose — sì — forse anche moralmente abbastanza sane e tenaci, ma oramai prive di quel sentimento — che fa sorridere gli uomini, può darsi — specialmente gli uomini ultramoderni, — ma che è tanta parte della femminilità vera e che costituisce per la donna una forza intima, che può — non solo renderla migliore e aumentarne il fascino agli occhi degli altri, ma che può anche farla più forte, più serena, più onesta, nell’intimità del proprio io.

«Sentimento», dicevo, non sentimentalismo. Non vi è niente di peggio, niente di più nocivo per noi donne. Se di questo sorridessero gli uomini, daremmo ben ragione alla loro ironia. Il sentimentalismo non è che una sorgente di sofferenze: ben lo sanno le po­-