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Pagina:La Italia - Storia di due anni 1848-1849.djvu/116

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stabilire la massima, il nuovo principe dover essere italiano di nascita; mente di tutti lo spedire nel continente rappresentanti dell’isola collo scopo di formulare la lega cogli altri Stati d’Italia. Il decreto fu unanime, spontaneo e votato tra le acclamazioni immense. Esso era espresso in tal termini:

«Il Parlamento dichiara:

«I. Ferdinando di Borbone e la sua Dinastìa sono per sempre decaduti dal Trono di Sicilia.

«II. La Sicilia si reggerà a Governo Costituzionale e chiamerà al Trono un Principe Italiano dopo che avrà riformato il suo Statuto.»

I pari sanzionarono quel voto che i comuni avevano emesso nello entusiasmo del popolo. La città venne illuminata a festa; nel teatro si plaudì al Parlamento e alla Lega; e le moltitudini per tanti anni schiave, e redente alla per fine dal dominio spagnuolo — il quale, se aveva liberato la Sicilia nel 1735 dal giogo tedesco, ne eguagliava in progresso la gravezza, inspirandone negl’insubri la sazietà ed il fastidio — corsero a furia sui luoghi ov’erano le statue di Ferdinando e di Francesco — l’avolo e il padre del Borbone attuale — e fra le urla di gioia e di sdegno le ridussero in pezzi, rammentando che que’ spergiuri avevano date e ritolte le franchigie di libertà e ridotto il popolo nelle condizioni le più ignominiose.

Fino dal sei marzo era entrato nel consiglio del re come ministro di grazia e giustizia l’avvocato Aurelio Saliceti, uomo di austeri costumi, di dottrine inflessibili, di aspetto duro, freddo, angoloso, sagace organizzator di governo, laboriosissimo amico di libertà, per cui aveva in altra epoca sofferto persecuzioni in Teramo, suo loco natale. I di lui semplici modi non piacevano punto alla corte; le franche verità ch’escivano dal sincero suo labbro sembravano un’accusa ai fiacchi colleghi, i quali in lui non sapevano patire una certa tal quale asprezza nel dire e nell’usare con esso loro. Gl’improvvidi desideravano disfarsi di un consocio sì incomodo; e colto il destro ch’egli era in letto infermato, lo invitavano a venire issofatto in consiglio o a prontamente dimettersi. Lo invito era brusco; la secreta intenzione chiarissima. Il Saliceti venne dimesso; e se un tale atto a lui dava una popolarità senza limite, annullò il credito del potere, suscitandogli difficoltà ed ostacoli d’ogni maniera. Non mancarono gli agitati attruppamenti, gli articoli della libera stampa, le grida smoderate, le richieste di una riforma costituzionale. E cotesto voto aveva acceso la pubblica opinione, perchè espresso anzi tutti dal Saliceti in un suo programma politico, divulgato pochi dì poi della sua voluta destituzione. Oltre tale riforma in esso ei chiedeva lo abolimento della camera de’ pari, la facoltà ne’ deputati di emendar lo Statuto, lo invio di commessali speciali nelle province e la forte cooperazione alla guerra Italiana.

Attacchi così vitali scalzavano potentemente le basi del potere esistente. Il ministero Bozzelli cadde nel giubilo universale; e quello che dopo infinite e lunghe discussioni a lui succedette, era composto da Carlo Troia, presidente del consiglio, cittadino integro ed istoriografo di molto nome; dal marchese Luigi Dragonetti, ministro delle relazioni estere, il quale, attore nella scena politica