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Pagina:La Italia - Storia di due anni 1848-1849.djvu/117

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dal 1820, aveva tutto ed in ogni tempo sacrificato alla causa nazionale, patrimonio, salute, libertà; dal conte Pietro Ferretti, ministro delle finanze, uom di vita illibata ed addetto a commerciali faccende; dal brigatiere Gaetano del Giudice che assunse la direzione delle cose di guerra, poiché tal provincia non potevasi convenientemente affidare al Filangieri, come colui che più volte erasi insudiciato nelle enormezze del passato governo dispotico. Gli affari interni furono dati a reggere all’eloquente giureconsulto Raffaello Conforti, amico del Saliceti, consenziente al di lui programma, caldo amatore d’Italia, gentilissimo d’animo e di studi. Il magistrato Vignale toglieva il portafogli di grazia e giustizia; e il colonnello Vincenzo degli Uberti diveniva capo del dicastero pe’ lavori pubblici. Al ministero del commercio e dell’agricoltura si proponeva il dotto economista Antonio Scialoia, poco innanzi venuto di Torino ov’era professore nella regia università. Dirigeva la istruzione pubblica l’avvocato Paolo-Emilio Imbriani, di miti costami, di mente e di cuore cultissimo. E l’azienda degli affari chiesastici veniva posta nelle mani dell’avvocato Francesco-Paolo Ruggiero, il quale presso alcuni era in fama di liberale e filopatra; e presso chi meglio il sapeva, d’uom cavilloso, subdolo, di dubbie mire e di somma pieghevolezza al potere.

II ministero cosi detto del 3 aprile si affrettava di pubblicare il suo programma politico, il quale, senza essere assolutamente costituente come quello del Saliceti, voleva a tutte viscere la cooperazione alla guerra contro l’Austria; i colori nazionali per bandiera dello Stato; l’organamento delle province mediante commessari straordinari; la riforma della legge elettorale; la scelta dei pari serbata al libito del principe, colla condizione di scegliergli però sopra un elenco presentato dagli elettori; e la facoltà conferita alla Camera de’ deputati di svolgere e modificare 10 Statuto. E quattro dì appresso pubblicavasi un manifesto di re Ferdinando, nel quale ei dichiarava «lo immenso amor suo per la Italia, la franca cooperazione alla guerra pel conquisto della patria indipendenza» e quasi arra di tali promesse «il proprio carattere d’italiano e di soldato». A’ di 13 luglio del 1820, il di lui avolo Ferdinando — dopo aver prestato, dinanzi a tutti, nel tempio della regia, il solenne giuramento di fede alla Costituzione di Spagna sugli aperti evangeli — qual sopra ciò, fisi gli sguardi sur un crocefisso, con ferma voce aggiungeva spontaneo; «Onnipotente Iddio, che collo sguardo infinito leggi nell’anima e nell’avvenire, se io mentisco, o se dovrò mancare al giuramento, tu in questo istante dirigi sul mio capo i fulmini della tua vendetta!»

La storia registrava più tardi con note di sangue il nefando spergiuro di quel canuto; la sacrilega pagina però della famiglia sua non era del tutto esaurita.

Veniva bentosto attivato lo armamento della guardia nazionale; furono riformate le amministrazioni e il personale delle magistrature. Lo spirito pubblico alquanto si rabbonacciò. Ma, i retrivi non stettero cheti, e al regno della legge opposero (anarchia. Ne’ governi costituzionali la bramosia degl’impieghi e delle onoranze è tal sete epidemica, che difficilmente si estingue. Nel regno di Napoli essa eccedeva ogni limite. Quivi — colpa del lungo e degradante dominio spagnuolo — la servilità