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Pagina:La Italia - Storia di due anni 1848-1849.djvu/140

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Genova con armi ed a spese del governo provvisorio di Francia ed accolti in quel porto con apparato di precauzioni e con tale freddezza a pungere potentemente il cuore di quei generosi nostri fratelli, i quali non amavan la patria d’allora, ma sin da quando era delitto d’esiglio e di morte lo esprimere per lei forti affetti. Gli conduceva Giacomo Antonini, di Novara, capitano nelle napoleoniche schiere; colonnello in quelle della Polonia risorta; or dai suoi, generale; uomo valente, arditissimo.

Il corpo del Nugent era in buona parte composto di transilvani e croati, grate brutta, ingorda e ladrona, uscita dalle povere sue contrade per far numero e forza ed opprimere con ogni crudeltà, con ogni preda il paese infestato da’ suoi passi. E’ campeggiavano sui prati tra Visnadello e Fontane e si spingevano a drappelli rubando ne’ più vicini villaggi. Lo stesso giorno che il Ferrari per Mestre, il generale Guidoni — che aveva avuto con lui un qualche alterco — col moschetto alla mano, quasi semplice milite, volle fare una sortita coi pochi che consentirono seguirlo. Rotto il cuore dall’angoscia, voleva morire. Invano il P. Ugo Bassi il raggiungeva a cavallo per esortarlo a non esporsi a certo pericolo. Egli cadde in quell’atto per molte ferite nel petto. Ma, fu vendicato; imperciocchè, gli austriaci n’ebbero un centinaio fuor di combattimento io quel giorno.

Intanto che tali cose accadevano fortunose e triste nel teatro della guerra italiana, siffatto avvenimento chiamasi in Roma, che ai molti parve incredibile.

Pio IX, il pontefice che avea benedetto alla Italia; lo iniziatore del movimento nazionale; quell’atleta del cielo, che avea detto «Iddio essere con noi» risorti a nuova e libera vita; non lasciato mai dalla putrida e fangosa diplomazia curialesca che dall’aula di Vienna s’ebbe mai sempre le sue inspirazioni; e da questa minacciato di uno scisma religioso in Germania; e persuaso dai suoi nunzi apostolici che la politica nuoceva alla fede, aveva tenuto nel concistoro segreto del 29 aprile un’allocuzione a’ cardinali sulle cose d’Italia. In essa il pontefice parlava di una guerra contro i popoli della Germania e scusavasi dal cooperarvi col dire, non aver dato altro comando alle truppe pontificie spedite a’ confini che questo «difendessero la integrità e la sicurezza degli Stati della Chiesa». Ma, il nostro popolo non era in guerra con quel di Germania — siccome i perversi della corte romana lo avevano suggerito all’anima meticolosa di Pio, si poco degna di un Vicario del Cristo; — sibbene collo imperator d’Austria che non si voleva più, per mezzo dei suoi proconsoli militari e politici, oppressore della Penisola; e padrone della sua parte più bella; e rompitor degli stessi suoi trattati nella invasione della provincia di Ferrara e dei ducati di Modena e di Parma. Gl’italiani, che brandiron le armi co’ loro principi, erano spinti da una idea eminentemente cattolica, quella che inspira ad ogni uomo lo istinto conservatore della propria dimora, della libertà del proprio comune, lo affetto per la propria provincia, la indipendenza della propria nazione. Ciò non poteva recar nocumento alla fede religiosa del popolo germanico; imperciocchè, anch’esso—dopo aver infranto i lacci dell’aulico dispotismo—avrebbe scacciato dalla sua terra qualunque straniero fosse