| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 115 |
venuto ad imporgli l’antica sua schiavitù.» Ma poiché alcuni desiderano» seguiva a dire la enciclica papale «che noi pure con gli altri popoli e principi d’Italia imprendiamo la guerra contro i germani, stimammo alla fine essere nostro debito di professare qui chiaramente e palesemente in questa solenne vostra adunanza: essere tal cosa lontana affatto dal nostro pensiero. Imperocché, noi, sebbene indegni, teniamo in terra le veci di colui, che è autore di pace e amante della carità; e per ufficio del supremo nostro apostolato, amiamo d’un medesimo paterno amore ed abbracciamo tutte le genti, tutti i popoli, tutte le nazioni.» I tristi consigliatori di Pio IX gli avevano dettato tali parole per uccidere nel cuore il principio della italianità, o per suscitargli i più possenti ostacoli, assottigliando le file de’difensori peninsulari, rendendo più numeroso, più altiero, più audace il nemico e promuovendo scandalosi disordini. Nè questi si fecero a lungo attendere. Il fior fiore della romana gioventù era al campo per rivendicare la patria in nazione contro una infellonita soldatesca che si facea giuoco d’ogni cosa più sacra, rubando gli averi, massacrando donne, vecchi, fanciulli, profanando gli altari e facendo ingiuria nel corpo alle caste vergini del Cristo. Moltissimi annoveravano tra que’ lontani i figliuoli, i mariti, i fratelli, i parenti, gli amici. Tutti furono presi dal più alto sdegno; e brandiron le armi; ed irruppero in concitate minacce contro i prelati che avevano ispirato al pontefice un atto sì odioso, sì avverso; e boriavano già doversi dare al paese altro governo, altro capo.
Il ministero istantaneamente adunossi e dichiarò come sua mente fosse ritirarsi da’ pubblici negozi, ove il principe non proclamasse formalmente la guerra allo imperatore d’Austria e rinviasse il di lui ambasciatore. La chiesta dimessione veniva accettata, autorizzandosi però i ministri a continovar francamente nello esercizio delle loro attribuzioni. La guardia cittadina occupava tutte le porte della città; lo ingresso dà circoli affollatissimi e deliberanti sulle sorti comuni; il forte Sant’Angiolo e la polveriera di San Paolo. Nell’ufficio della posta vengono sequestrate tutte le lettere dirette a’ cardinali e a’ prelati; le quali, consegnate al senatore Corsini, sono dissuggellate e lette onde vedere se alcuna corrispondenza riveli congiure e soprusi a danno del pubblico. Le così dette eminenze, chiuse e custodite ne’ loro palazzi, non dimore di umili apostoli, ma di principi orgogliosi; il popolo intendeva chiuderli tutti in castello. Effetto eguale alla causa!
Gl’intriganti in carica, avvezzi da gran tempo agli spensierati diletti del dispotismo che le recenti libertà popolari lor ritoglievano, avevano trascinato Pio IX nelle ambagi di una cospirazione tremenda. Il di lui carattere irresoluto, debolissimo, devoto, inferiore all’altezza de’casi e de’ tempi; la mezzanità dello ingegno suo; le minute subdolerie di cui erasi alimentato nella sua vita di prete, di vescovo, di diplomatico; e la gelosa cura che risentiva nel cuore per la persona di re Carlo-Alberto — a suo credere, signore d’Italia, se vincitore — lo mettevano agevolmente in loro balìa. La trama ordivasi da lunghi mesi nel silenzio delle notti. Il principe sorrideva in palese; covava dentro però lo amaro sogghigno. Nel Quirinale erano frequenti i conciliaboli tenuti co’ cardinali Bernetti, della