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Genga, Antonelli, Lambruschini ed Altieri. Un giorno, passeggiando in privato cocchio fuori della porta Portese, egli arrestossi in una casa a diritta della strada e quivi s ebbe due ore di abboccamento col conte di Lutzoff, ministro delle austriache volontà. L’Altieri era presente. Essi tolsero i concerti sulla impresa a tentarsi, onde troncare ogni speme agli spiriti caldi e animosi, e ricondurre i principii e le dottrine governative all’ordine antico; e stabilirono le basi dell’allocuzione concistoriale, la quale dovea riprovare e interdire la guerra italiana contro le mire del gabinetto di Vienna. In caso di subugli e di anarchici eccessi, era fisso ohe il papa dovesse fuggire di Roma e riparare in Napoli, ove il palazzo della Foresteria lo avrebbe temporalmente accolto. Il cardinale Giacomo Antonelli — tipo di gesuitica doppiezza — interrogato dai suoi colleghi i ministri Pasolini, Rocchi e Simonetti, se i sensi della enciclica gli fossero noti, rispondeva: «Averne contezza come prelato di Santa Chiesa, ignorarli come uomo di Stato». E pure nella gazzetta d’Augusta del 2 maggio leggevasi la seguente dichiarazione del nunzio apostolico in Vienna; la era scritta a’ dl 29 aprile, giorno in cui fa letta nel concistoro la pontificale allocuzione: «In un proclama inserito dal conte Giovanni Battista Batthyani — ministro ungherese — nel supplemento della sera alla Gazzetta di Vienna del 28 aprile, si suppone che il papa abbia cominciato la guerra coll’Austria. Siamo autorizzati a dichiarare che la supposizione del signor Conte è affatto senza fondamento, giacché il Santo Padre ed il suo Governo non hanno cessato di mantenere relazioni amichevoli colla corte imperiale austriaca.» Il giorno innanzi della pubblicazione della enciclica per le stampe, il ministro Recchi che aveva tutte le apparenze del favore sovrano, volle tenerne proposito al papa come di cosa le cui sparse voci gli davan pensiero. fi quegli a lui: «Le parole sono tutte di religione e di pace; non danneggiano punto la causa della italiana nazionalità. Anzi, potrò farvi leggere le bozze, «se le son pronte nella tipografia camerale». Di fatto, ei spediva a prenderle; ma non vennero mai. Tali tortuosità governative ho voluto discorrerle per filo e per segno, onde far noto fin d’ora che in Roma le riforme carpite dalla opinione pubblica avevano mutato le frasi del potere, non l’anima, e che i buoni potevano pel momento acquetare il conflitto della teocrazia colla libertà, rappacificarlo giammai.
Il conte Terenzio Mamiani tentava la impresa. Chiamato dal papa, dopo lungo colloquio assumeva la commessione di comporre un ministero tutto di laici; il giorno dipoi il consiglio era siffattamente costituito. Egli era ministro dello interno; il conte Giovanni Marchetti, delle relazioni estere; Pasquale de’ Rossi, di grazia e giustizia; l’avvocato Lunati, delle finanze; il principe Filippo Doria-Pamphily, presidente delle armi; il duca di Rignano, del commercio e de’ lavori pubblici; l’avvocato Giuseppe Galletti, della polizia. Al popolo romano erano noti cotesti nomi; e particolarmente quello del Galletti, uomo di specchiata rettitudine, eccellente nel dire e negli atti, vittima antica di civili sollicitudini; e l’altro del Mamiani, il quale avea recentemente pubblicato un programma per la elezione dei deputati, in cui dichiarava doversi «procurare per prima cosa di aiutare la guerra santa con ogni maniera ed efficacia di mezzi; nè fermarsi agli effetti