Pagina:La difesa della razza, n.1, Tumminelli, Roma 1938.djvu/17

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


guerra, riproduzione di pitture rupestri esistenti nella caverna paleolitica di Minateda, nella provincia di Albacete, in Spagna. notevoli oscillazioni. Buifon, per esempio, riteneva che soltanto il clima avesse agito sulle differenze razziali, e affermava che « l'uomo, bianco in Europa, nero in Africa, giallo in Asia e rosso in America, non è che lo stesso uomo tinto dal colore del clima». L'altro grande natura¬ lista, Linneo, non parla mai di razza, ma di specie. , Il primo che usò il termine di razza in senso rigoro¬ samente antropologico fu Kant, il quale definì la razza come una varietà costante, fissata dall’azione del clima, capace di perpetuarsi e di mescolare i propri caratteri con quelli di altre razze. I 1 tra si A questa relativa fissità razziale reagì il tedesco Blumembach, dando origine alla teoria del trasformismo, che mette ih particolare rilievo la capacità che le razze hanno di acquistare, nel corso della loro storia, nuovi caratteri e di trasmetterli per via ereditaria. La scienza contemporanea considera la questione della razza sotto aspetti molto diversi, che dipendono, più che della diversità dei metodi scientifici seguiti, dalla note¬ vole distanza dei punti di vista. Gli scettici del razzism 3 Vi sono gli scettici della razza, come il Topinard, il quale afferma che la razza non è che un'astrazione della nostra mente. Sotto i nostri occhi vi è un'umanità in continua evoluzione, i cui caratteri fisici spno soggetti ad infiniti mutamenti: fissare questa evoluzione nel tempo e nello spazio, attribuendo alle diverse razze qualità distintive costanti, sarebbe — secondo il Topinard e i suoi seguaci — un vero e proprio arbitrio. Vi sono i mistici della razza, che dalle differenze fra una razza e l'altra inferiscono la superiorità di una razza su tutte le altre. Si citano abituamente gli studiosi ger¬ manici come antesignani di una tale teoria, ma è inte ressante sapere che furono proprio due francesi (11) — il .Gobineau e Philarète Chasles a farsene apostoli fra i primissimi. L'intesa cordiale su basi razziste? Entrambi sostengono il primato deila razza nordica; il secondo ha una particolare predilezione per la Gran Bretagna, che egli definisce « Terra classica del coraggio morale ». (L’intesa cordiale su basi razziste? Chi l'avreb¬ be creduto?). . Ma i veri e propri teorici del' razzismo contemporaneo sono, come si sa, gli studiosi germanici, tra i quali è appena necessario citare Rosenberg. Grande scalpore ha fatto nel 1926, la traduzione francese del libro di un razzista americano: « Il declino della grande razza » di Madison Grant. La «grande razza», per il Grant, è quella bianca, o più particolarmente quella anglo-sassone, in nome della quale egli lancia un grido d'allarme. Il Grant afferma che la razza si trova alla base di tutte le ma¬ nifestazioni della società umana e mette in rilievo l’im¬ portanza, per la determinazione dei vari tipi razziali, delle misurazioni cefaliche. ...con buona pace dei francesi Alcuni studiosi francesi tentano, per evidenti ragioni polemiche,'di rovesciare il problema; e — come, ad esem¬ pio, il Le Fur — affermano che la nozione di razza è effetto e non causa, cioè che un popolo si qconosce unito da vincoli razziali solamente quando la storia e la cultura hanno creato le vere basi della sua unità. Il che, con buona pace della « scienza » francese, è smentito dai , fatti, dei quali l'esposizione che precede può avere dato, pur nel suo schematismo, qualche barlume. 7