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Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/105

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lo sostenta, ma quella specie di schiavitù, quel doversi piegare ai capricci d’un padrone, se non nuoce direttamente all’opera d’arte, nuoce sempre alla dignità, all’ingegno, al carattere dell’uomo, e, per quanto perfette siano fantasia e doti, il segno delle condizioni di vita si scorge anche nelle opere dei maggiori, l’Ariosto fu uno dei migliori uomini del suo tempo e dappertutto ha quella libertà e vivezza di fantasia che tutti sapete; eppure che differenza è nelle diverse parti del suo poema, da quelle d’immaginazione a quelle dove si ricorda d’essere cortigiano e glorifica la casa d’Este!

In quella raffinata civiltà tutta sorrisi e madrigali, in quella società così superficiale e immaginosa, in quelle corti dove si viveva spensieratamente in mezzo al lusso, all’eleganza, alla leggiadria dei costumi, la donna sedeva regina. Le dame più illustri per senno, beltà, illibatezza, ebbero intorno una corte di adoratori ossequenti, che le celebravano nelle loro rime. Tutti i poeti poi cantavano una bella crudele che esaltavano fin sopra le stelle. I pensieri, i sentimenti attinenti al culto della donna, rivestivano le forme più gentili e delicate, e chi dice donna: dice amore. L’amore era, di conseguenza, continuo argomento di discorso, di dispute, di corrispondenze e formossi cosi quella dottrina artifiziosa e parecchio pedantesca, la quale divide l’amore in diverse categorie e dà luogo a disquisizioni e a dispute fastidiose, alle quali non sfuggi neppure l’Ariosto.

Questi ragionamenti sull’amore, erano eco di quelle lunghe querele e meditazioni dei poveri cavalieri erranti, che il Cervantes riprodusse cosi finamente nell’immortale suo Don Chisciotte. Il cinquecento però fa da senno; l’amore vi tiene un posto grandissimo, anzi celebra due sorte d’amore: uno più materiale che corrisponde alla vita scioperata del tempo; l’altro teoretico, platonico, che corrisponde all’intellettualità fiorita dell’umanesimo ed ha il suo luogo tra gl’ideali più elaborati di quella coltura.

Dato quest’ambiente entusiasta dello spettacoloso, dell’arte e dell’amore, si capisce come la vecchia epica cavalleresca dovesse risorgere ed essere trattata; ma sottilmente, e secondo lo spirito nuovo italiano, stato fecondato dalla pura sorgente dell’arte classica; e come nelle vecchie «Chansons de gestes» e nei romanzi d’avventura penetri uno spirito d’ironia e di derisione, risultato dell’urto d’una mente colta colle esagerate fantasie popolari.

La materia epica diventa materia d’arte libera, pressochè slegata dalla vita pubblica, un mondo di fantasia quale ci voleva per