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quelle coscienze avide d’emozioni. Quel mondo caratteristico, vario, copioso, colorito, che contiene varietà di persone, di vicende, d’affetti e battaglie e amori e tradimenti, una dose insomma di meraviglie poetiche qual nessun altro possiede, si presta favorevolmente a ogni manifestazione d’arte, e il cinquecento se ne impadronisce per godere con quei fantasmi una vita più ideale, più intensa, più staccata dalla terra.
Nella nostra epica romanzesca aleggia un riso scettico sulle virtù cavalleresche; una frase, un motto scopre l’ironia sotto il maestoso paludamento, l’esagerazione delle prodezze fatta in principio a glorificazione dei personaggi, è continuata e spinta all’estremo con intenzione parodica.
Nell’Orlando Furioso però, non vi è assolutamente parodia; i fantasmi che son passati nell’arte acquistano agli occhi del nostro massimo poeta epico, l’inviolabilità dell’arte stessa. Il poeta considera il mondo cavalleresco non come un esercizio serio della vita nello scopo e nei mezzi, ma come una docile materia abbandonata alle combinazioni e ai trastulli della sua immaginazione; certo l’Ariosto scherza e ride co’ suoi personaggi, ma come mai messer Ludovico, uomo del suo tempo, avrebbe potuto fare altrimenti?
L’animo dell’Ariosto è aperto a tutti gli stimoli e impressioni poichè il poeta non è accasciato da quella soverchia erudizione che fece di certi umanisti dei veri pappagalli ammaestrati; la coltura era ridotta in lui ad organismo vivo; e perfettamente compenetrata e fusa collo spirito suo, in sommo grado poetico ed artistico. L’eccitabilità gli dette percezione poderosa del mondo, della natura, dell’umanità; le impressioni che si formano nel suo spirito son sempre chiare e profonde; ma non durano che il tempo necessario per tradurle in atto; di qui la vivezza, il colorito, il movimento che scorgiamo nell’Orlando Furioso.
La fantasia dell’Ariosto è evocatrice contemplativa; nell’anima sua passano a frotte i fantasmi con impareggiabile forza d’impressione e di godimento; è una fantasticheria abbandonata all’associazione delle idee, e dove di rado penetra il volere per correggere e mutare. Però l’Ariosto non manca d’immaginazione e alcuni episodi del suo poema sono sua creazione; altri ancorché abbiano profonde radici nell’epica medioevale e nella lettura classica, egli abbellisce e idealizza e, per servirmi dell’espressione d’un illustre critico: muta in oro quanto tocca.
In Ferrara fiorivano le costumanze cavalleresche modificate dalle