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Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/108

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«Ma quelle che per lor vera bontade
«Non seguon delle più lo stile avaro
«Vivendo, degne son d’esser contente
«Gloriose ed immortai poichè sien spente.»

(Canto xxvi-i).


Vedete l’impertinenza e lo zuccherino, zuccherino tanto più indispensabile, perchè nel cinquecento, in mezzo alla moltitudine sdolcinata e leggiera delle précieuses più o meno ridicole, si ergevano superbe figure di donne, chiare per virtù familiari, valorose in lettere e in armi; donne che ispiravano gl’artisti col divino sorriso della bellezza e della bontà, come Vittoria Colonna e innalzavano l’anima dei poeti all’idealità, al sentimento. A queste gentili vestali custodi del sacro fuoco della virtù, noi dobbiamo le opere più profonde della nostra letteratura; e nell’Orlando Furioso gli episodi commoventi d’Isabella di Fiordiligi, di Bradamante.

Ma trasportiamoci un momento col pensiero nella vasta sala del palazzo ducale di Ferrara. Attorno seggiolone dall’alto schienale stemmato su cui siede la duchessa d’Este, su poltroncine più basse stanno le dame; in piedi, dietro di loro i cavalieri brillanti, eleganti, profumati, e messer Ludovico colla sua aria innocente di omino semplice e bono, legge come se niente fosse questi versi:

«. . . . Io credo ben che delle ascose
«Femminil frode sia copia infinita
«Nè si potrà della millesima parte
«Tener memoria in tutte le carte.»

Ve lo figurate il sussurro, il brusio, i commenti delle dame e i sorrisi arguti dei cavalieri? Ma un vero uragano sarà poi scoppiato alla lettura di quel po’ po’ d’insolenze che ci fa scaraventare addosso dal suo re di Sarza al canto ventisettesimo, se pure avrà avuto tanta faccia di leggerlo. Del resto io son persuasa che l’Ariosto non credeva un’acca di tutte quelle impertinenze, perchè molte volte fa elogi dell’amore e dice:

«Che dolce più, che più giocondo stato
«Sarà mai quel d'un amoroso cuore!»

Era proprio il gusto di far stizzire le sue belle contemporanee e noi ancora, perchè, calmata la barruffa, col sorriso canzonatorio non ancor ben spento sulle labbra, toglie in mano la lira, e pren-