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senza dubbio, non furono inefficaci alla sua potente immaginativa le belle, e dolci e grandi figure di quelle Sante italiane che sorsero dal seno della Chiesa cristiana.
Non presumo di parlare di loro, perchè non me ne sento degna: nè di nominarle tutte, perchè il novero sarebbe lungo e mi manca la necessaria erudizione: dirò solamente di poche, e non perchè maggiori delle altre, che sarebbe temerario e profano il confronto; ma in quanto mi pare che, quelle di cui potrò accennare, rappresentino ciascuna un diverso aspetto della santità della donna, e un diverso benefizio arrecato da esse all’Italia, e alla civiltà universale.
II.
Quando sull’orizzonte del nostro bel paese spuntò l’alba della nuova civiltà, in quella candida luce nascente, quasi aurora d’un bel giorno, in quel velo luminoso ci si affacciano una schiera di soavi figure di donne, come campate fra cielo e terra, le quali tutte insieme uniscono le loro voci in un sublime inno di amore.
È il coro delle prime donne cristiane, che vissero e morirono per insegnare e proclamare al mondo il nuovo amore, che come soffio di aria pura, entrò a vivificare e purgare l’atmosfera corrotta della famiglia e della società pagana.
Colei che intona altamente le prime note dell’angelico coro, alle quali si accordano le altre voci, è quella sublime Santa Cecilia Metella, che, forse, per quel misterioso primato nel canto del celeste inno, noi quaggiù la salutiamo regina dell’armonia.
Ella nacque a Roma da quella illustre gente Cæcilia che, nel corso di circa sette secoli, annoverò consoli e tribuni, pretori e generali, famosi esempii di rara onestà in quei secoli di vizio, di moderazione tra le ambizioni eccessive e sbrigliate, di coraggio e di virtù cittadine e militari. Le donne poi di quel casato non avevano mai cancellato dalla memoria il ricordo della nobile Caïa Cæcilia, raro esempio di donna pagana, moglie fedele e pudica, ispiratrice al re di savii ed accorti provvedimenti politici, e che nel tempo stesso non isdegnava di filare e tessere colle sue mani le proprie vesti e quelle dei figliuoli. A tempo di Varrone, nel tempio della Fortuna, si serbava ancora la rocca ed il fuso di Caïa Cæcilia, e la