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disposava di quando in quando a quella di lei, si che era una melodia non mai sentita in terra. E quando egli si fece dappresso alla fanciulla, una fragranza di gigli e di rose emanava dalla fronte di lei.
— Donde nasce, o mia diletta, diss’egli, che un cosi grato olezzo ti avvolge, come se un serto di rose e di gigli ti cingesse la fronte? Eppure il crudo verno isterilisce ed agghiaccia ogni fiore! E chi è mai che canta così soavemente teco questa nuova melodia?
— Tu non puoi vederla, o mio dolce signore, la corona che mi cinge il capo, nè colui che mi sta d’appresso e canta meco l’inno dell’amore. Ma se tu vorrai ascoltare la voce della tua sposa, i tuoi occhi si apriranno alla verità: ed una corona simile alla mia ti cingerà la fronte: ed un angelo ti si porrà d’accanto.
Dice ancora la leggenda, che il giovane ascoltò le parole della vergine sposa e quella istessa notte si recò dal Pontefice cristiano, il quale gli pose indosso la candida veste di neofito!.....
Certo in quella notte un prodigio avvenne, e fu l’amore umano e sensuale, tramutato in un amore sovrannaturale e spirituale.
Cecilia ottenne il suo intento, e diede al mondo l’esempio di due anime, di due cuori, di due voleri fusi in uno; di due sposi che vivono insieme per nobilitarsi e santificarsi l’un l’altro: che insieme compiono ogni dovere verso la società, dividendo gioie ed affanni, e la istessa morte, sicuri di ritrovarsi e vivere insieme di una vita migliore.
III.
Accanto a Cecilia attira il mio sguardo un’altra soave figura di donna, non meno luminosa e bella, ma di altro lume e di altra bellezza. È una giovinetta in sui quattordici anni, unica erede di ricchi patrizii romani. Nella storia di lei è scritto, che ella non vesti mai altrimenti che di una candida veste bianca; e non si adornò di alcuno di quei gioielli cosi cari alle donne romane, e che ciò nonostante ella appariva maravigliosamente bella.
Nei suoi occhi ingenui di colomba a quando a quando balenava un lampo misterioso e dolce, un lampo di un affetto intenso ed invitto, affissandosi in un punto luminoso del cielo, dove pareva che ella vedesse un oggetto d’una bellezza incomparabile, d’una soavità infinita che la rapiva in un’estasi gioconda, inesprimibile.