Pagina:La fine di un regno, parte I, 1909.djvu/256

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padre Alberto Knoll da Bolsano, affinchè, col prodotto della vendita, i cappuccini di Maddaloni potessero restaurare la loro chiesa. Un anno prima, nel giugno del 1857, emanò varii decreti, diretti a favorire il clero e a liberarlo da alcune limitazioni tanucciane, che il Capomazza voleva conservare. Cedendo alle insistenze di Roma, e derogando dal Concordato, mise fuori un decreto, per il quale la Chiesa poteva fare degli acquisti nel Regno senza bisogno della preventiva autorizzazione sovrana. Di ciò grati, l’arcivescovo di Napoli e i suoi suffraganei gli diressero una lettera untuosa sottoscritta dal cardinal Sisto Riario Sforza, arcivescovo di Napoli ed i vescovi di Aversa, di Pozzuoli, di Acerra, d’Ischia e di Nola.


Con gli scrupoli religiosi, aumentarono le pratiche esterne della fede. Non v’era festa in Napoli e nei tanti paesi vicini, alla quale il re non concorresse, mandando trenta rotoli di polvere per gli spari e una compagnia di soldati per la processione. Dovendosi restaurare una chiesa, rifare un campanile o rimettervi le campane, si ricorreva a lui, il quale sussidiava in discreta misura. Curiose alcune suppliche per ottenere le campane. Si ricordava a Ferdinando II che, avendo egli nel 1848, fuse le campane in cannoni per la guerra di Sicilia, doveva oggi fondere i cannoni per rifar le campane. Gli scrupoli del Re divennero addirittura puerili, negli ultimi tempi. Se, guidando un phaeton, s’incontrava nel viatico egli, fermata la vettura, ne discendeva e, a capo scoperto, devotamente si genufletteva con entrambi i ginocchi, sino a che il viatico non fosse passato. Questo accadeva più di frequente, traversando i sobborghi di Napoli per recarsi ai Camaldoli di Torre del Greco; accadeva a San Giovanni, a Portici, a Resina, alle due Torri, dove era seguito dai ragazzi di quei paesi, che correvano appresso alla carrozza reale, gridando Viva il re. Negli ultimi due anni si sviluppò in lui una più esagerata tendenza alle pratiche religiose, che non era tutto bigottismo, ma forse bisogno d’ingraziarsi la divinità, perchè gli restituisse la perduta pace dello spirito. Ascoltava la messa ogni giorno; si confessava di frequente, tanto che monsignor De Simone non si allontanava mai da lui; diceva tutte le sere il rosario con la Regina e i figliuoli e, invariabilmente, prima di andare a letto, con un segno della