Pagina:La fine di un regno (Napoli e Sicilia) II.djvu/337

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dal principio scrisse, che il timore manifestato da taluni esuli napoletani a Torino, che l’annuncio della Costituzione e della lega col Piemonte avrebbe fatto sorgere un partito municipale, non esisteva; che l’opinione pubblica a Napoli era, nella grandissima maggioranza, dominata da una forte corrente unitaria e annessionista, ma che nel tempo stesso gli pareva poco probabile una rivoluzione a Napoli, perchè i liberali più avanzati preferivano aspettare Garibaldi; e i moderati temevano, tentando un moto insurrezionale, che si ripetesse il 15 maggio. E neppure nascondeva, sebbene non sconsigliasse di tentarlo, che a Napoli nulla si sarebbe concluso per iniziativa militare. Piuttosto consigliava, come mezzo più pratico e sicuro, di promuovere l’insurrezione nelle provincie, singolarmente in Calabria e in Basilicata, per effetto della quale Garibaldi, giungendo sul continente, avrebbe trovata la rivoluzione compiuta, o quasi compiuta.

Giuseppe Finzi, al contrario, con l’energia e la tenacia del suo carattere, volle esaurire tutti i tentativi e tutt’i mezzi per vedere se un moto popolare a Napoli fosse possibile. Ma non tardò a convincersi che non lo era, se non associandolo ad un moto militare, ed in questo caso, il solo corpo dell’esercito, che mostrasse qualche spirito di nazionalità, era quello dei cacciatori, e il solo uomo, il quale potesse avere su di esso un’influenza, credeva fosse il Nunziante, già partito da Napoli quando Finzi vi giunse. E furono le lettere del Finzi, che determinarono l’invito fatto da Cavour al Nunziante, ch’era nella Svizzera, di tornare a Napoli per promuovervi un moto militare.

Il Ribotty poi aveva ideato lo strano progetto di impadronirsi, da solo, di Castel Sant'Elmo, con la complicità di taluni tra gli ufficiali del forte. A tal fine si recava di notte lassù, e aveva abboccamenti con gli ufficiali, i quali, strano sintomo della condizione morale dell’esercito, consentivano a parlare con lui della proposta, pur non sapendo risolversi a nulla. Finalmente, il 2 agosto, con Gioacchino Saluzzo, principe di Lequile, si recò dal maggiore Gennaro de Marco, comandante del forte, e a nome di Cavour, gli propose a bruciapelo di cedere il castello alla guardia nazionale, che vi avrebbe inalberata la bandiera tricolore, prima che Garibaldi entrasse a Napoli. Offriva in compenso al De Marco il grado di colonnello, ma il fiero ufficiale rispose: “L’onore, di un soldato non si compra; prima di essere soldato io fui