Pagina:La fine di un regno (Napoli e Sicilia) II.djvu/381

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mente comprese in quell’elenco; e poichè eran corsi più di due anni, molta roba potè essere stata sottratta, o smarrita per motivi diversi. La Reggia di Napoli fu una specie di demanio pubblico per qualche tempo. Neppur sembra verosimile che Francesco II, il quale partiva con la certezza di tornare al più presto, por- tasse via tutta quella roba a Gaeta, dove non vi poteva essere penuria di servizii da tavola e da letto, poichè Ferdinando II con tutta la famiglia vi aveva fatte in quegli anni lunghe dimore.


Napoli era in preda ad un sentimento misto di curiosità, di stupore e di terrore. Il Re partiva, ma non seguito da tutta la truppa. Rimaneva il nono di linea, comandato dal colonnello Girolamo de Liguoro, a Castelnuovo; il sesto, sotto il comando del colonnello Perrone, nei tre forti del Carmine, dell’Uovo e di Sant’Elmo; il tredicesimo cacciatori, col maggiore Golisani, a Pizzofalcone; un battaglione di gendarmi e un reggimento di marina, col generale Marra, all’arsenale. Questi seimila soldati, così distribuiti, dimostravano che il Re, pur lasciando Napoli e prevedendo che Garibaldi vi sarebbe entrato, si lusingava che i forti sarebbere rimasti in proprio potere. Perciò vivissime le apprensioni dei cittadini, non sapendosi come e dove si andasse a finire. E giungendo, come al solito, notizie contradittorie di Garibaldi, e incrociandosi le verità con le bugie e le iperboli, e tutti parlando a vanvera e accompagnando le parole con gesti caratteristici, giuramenti, canzonature e dimostrazioni di paura, gli animi erano invasi veramente dal timore del bombardamento della città, ovvero del saccheggio della plebaglia, appena partito il Re. Le famiglie compromesse col vecchio regime, e molte famiglie della ricca borghesia lasciarono quindi Napoli e ripararono nelle provincie vicine o all’estero. Tutte le speranze erano riposte nella guardia nazionale, che si rese veramente benemerita dell’ordine pubblico in quei giorni.

Quel giorno, 6 settembre, cadeva di giovedì, ed era una splendida giornata. Nelle ore antimeridiane, fu pubblicato il Proclama Reale:

Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi.