Pagina:La fine di un regno (Napoli e Sicilia) II.djvu/386

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nè fece cenno del colloquio avuto con lui la notte dal 3 al 4 settembre, e del quale colloquio il De Cesare non aveva mancato d’informare i ministri, i quali avevano approvata la sua condotta. Con Spinelli e Torella fu affettuoso; li ringraziò e loro disse di averli nominati cavalieri di San Gennaro. A Spinelli aggiunse che, tornando a casa, vi avrebbe trovato qualche ricordo della sua sovrana benevolenza; ma questi ricordi in casa Spinelli non si videro mai. Francesco II, molto probabilmente, aveva dati ordini in proposito; ma nella grande confusione, che seguì alla partenza di lui, non vennero eseguiti, ovvero gli oggetti destinati allo Spinelli furono altrimenti usati. Tutti erano compresi della solennità del momento. Torella singhiozzava in preda alla più profonda commozione. Il solo barone Carbonelli, direttore dei lavori pubblici, non era presente, perchè sin dal giorno innanzi si trovava a Gaeta, per rendersi conto se alcuni lavori da farsi colà fossero di competenza del ministero della guerra o di quello dei lavori pubblici. Il Re mostrava indifferenza, ma era manifesto il grande sforzo che faceva per dominarsi. Non si lasciò andare a nessun atto di debolezza, nè invitò i ministri, come si disse, di seguirlo a Gaeta. Solo al De Martino disse che gli avrebbe mandato da Gaeta istruzioni per il corpo diplomatico. I ministri e i direttori, senza essere stati ricevuti dalla Regina, andarono via pochi momenti prima che i Sovrani scendessero alla darsena, in preda anch’essi ad una viva emozione; e il Giacchi, tornato al Ministero, scrisse a sua moglie una lettera, che rivela tutta la impressione di quel momento solenne “. . . . Sorto sul momento da Palazzo (son le 6 pom.), dove mi son recato coi ministri e colleghi, per prendere congedo dal Re. Ah! che spettacolo sublime; oh! le grandezze di questo mondo! che il Signore ne preservi da tante insane passioni e ne informi solo alle sue sante leggi. Dopo avergli tutti baciato la mano, mi à usata la distinzione di chiamarmi in disparte a nome, mi à trattenuto per un bel pezzetto 8U cose, che come Iddio vorrà, ve le dirò a voce .... Una dinastia che finisce! Dimani rassegneremo i nostri poteri a Garibaldi, puri e senza macchia; così possa egli proseguirli .... Per me ò la gran ventura di aver salvato il paese e questo è il più gran titolo di nobiltà per la mia famiglia . . . .1. Questa lettera dimostra an-

  1. Archivio Giacchi.