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| [1285] | del vespro siciliano. | 305 |
chè punto non ne pativano i tempi, rifean pontefice Giacomo de’ Savelli, romano, non per anco sacerdote, attratto e invalido della persona, destro d’ingegno, procacciante l’util de’ suoi più che l’altrui danno; il quale si nomò Onorio IV[1]. Costui senza la prontezza ligia di Martino, tenne lo stesso metro, per l’antico disegno della romana corte. Avrebbe forse Onorio raffrenato il re di Napoli potente e ambizioso; dovea sostener adesso quel trono vacillante, che metteva in pericolo tutta la parte guelfa in Italia. Porse moneta dunque ad Artois[2]; confermò ai bisogni della guerra di Sicilia le decime delle chiese italiane[3]; raccomandò agli stranieri principi gli eredi di Carlo d’Angiò: e ne resta di lui una lettera a Ridolfo imperadore, perchè non contendesse il pagamento delle decime ecclesiastiche dei suoi dominî al re di Francia, già involto in assai spese per la guerra sopra Aragona[4].
E noti sono nelle istorie del reame di Napoli i due statuti, ch’Onorio sanciva a sedici settembre di quest’anno ottantacinque, preparati già da Martino. Nel primo dei quali raffermavansi con l’apostolica autorità tutti i privilegi ecclesiastici decretati nel parlamento di Santo Martino, come dianzi ricordammo[5]. L’altro risguarda il governo civile; dove dopo lungo preambolo, che apponea al tutto la ribellione di Sicilia alle avanie e ingiustizie del governo, trascrissersi e ampliaronsi le leggi del medesimo parlamento di Santo Martino, e molte più se ne dettero a guarentigia delle persone e dell’avere di ogni classe di sudditi.