Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1842, I.djvu/149

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118 capo v.

bier Mida che in faccia a que’ di Callia colle ale si battevano i fianchi. E Glauconide stimava che la città dovesse serbarlo come fagiano o pavone. — Diceva egli, meravigliarsi, che ognuno poteva raccontare facilmente le cose che possedeva, e dir poi non sapeva il nome di quanti amici si era procacciati; tanto poco si dava briga di quelli. — Veggendo Euclide studioso di dispute contenziose: Oh Euclide, sclamò, co’ sofisti certamente tu potrai usare, ma per nessun modo cogli uomini. Imperocchè credeva che fossero inutili quelle magre deputazioni, siccome afferma anche Platone nell’Eutidemo.

XIII. Dandogli Carmide dei servi perchè ne avesse profitto, non volle riceverli. Secondo alcuni dispregiò la bellezza di Alcibiade.

XIV. Lodava l’ozio come il più bello dei possedimenti, secondo narra anche Senofonte nel Convito; e affermava, esservi un solo bene la scienza; un solo male, l’ignoranza; la ricchezza e la nobiltà, nulla aver di onorevole, ma per contrario tutto il male. Il perchè dicendogli un tale, come Antistene era di madre tracia: Pareati dunque, sclamò, che quel generoso dovesse esser nato da due Ateniesi? — Indusse Critone a riscattare Fedone, cui lo stato di schiavo avea posto in luogo turpe, e ne formò un filosofo.

XV. Apparava anche suonare la lira quando ne avea l’agio, dicendo non essere sconvenevole lo apparare ciò che altri non sa. Ballava inoltre frequentemente, stimando utile sì fatto esercizio alla salute del corpo, come racconta Senofonte nel Convito.