Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1842, I.djvu/151

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120 capo v.

esso mangiare per vivere. — In proposito della plebe vile solea ripetere, essere lo stesso che uno rifiutando una moneta di quattro dramme ricevesse, come di buona lega, un mucchio di quelle. — Dicendogli Eschine: sono povero, e niente altro posseggo; pur ti do me stesso; E che, rispose, dunque non comprendi le cose grandissime che tu mi dai! Ad uno che mal comportava di essere negletto, da che i Trenta erano venuti in potere, ebbene, disse, forse hai da pentirti? — A chi gli riferì: gli Ateniesi ti hanno sentenziato a morte, rispose, ed essi la natura. — Altri tengono così aver risposto Anassagora. — Sendogli detto dalla moglie: tu morrai ingiustamente! E tu, riprese, vorresti giustamente? — Parendogli in sogno che un tale dicesse:

     Il terzo dì le fertili campagne
     T’accorranno di Ftia.

narrò ad Eschine, che fra tre giorni sarebbe morto. — Sendo per bere la cicuta, Apollodoro gli diede un bel vestito, perchè morisse in quello; ed egli, il mio vestito atto per vivervi, non sarà per morirvi? — A chi gli disse, alcuno parla male di te, soggiunse: Perchè non ha imparato a parlare bene. — Volgendo Antistene alla vista il rotto del suo mantello, veggo, sclamò egli, a traverso di quel mantello la tua vanità. — A chi gli disse, non ti fa il tale dei rimproveri? No certo, rispose, che quelle cose non sono in me. — Affermava: Essere mestieri offerire sè stesso artatamente ai comici poichè se diranno alcuna cosa che sia in noi, ci correggeranno, se no, non ci fa nulla.