Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1842, I.djvu/152

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socrate. 121

XVII. Vôlto alla Santippe che prima lo aveva con parole ingiuriato e dopo anche bagnato: Non dissi io, sclamò, che la Santippe tuonante avrebbe pure fatto acqua! — Ad Alcibiade che gli diceva, essere la Santippe intollerabile quando garriva, ma io, rispose, ci sono abituato, come se ascoltassi continuamente una carruccola, e tu pure, seguiva, non soffri le oche che schiamazzano! E quegli soggiungendo, ma esse mi partoriscono uova e pulcini; ma la Santippe, riprendeva, mi genera figliuoli. — Un giorno in piazza, avendosi ella tolto d’attorno il mantello, e i suoi famigliaci consigliandogli di vendicarsi colle mani; per dio, sclamò, affinchè, intanto che noi ci diamo dei pugni, ciascuno di voi dica: bravo Socrate; brava la Santippe. — Affermava, convivere colla moglie aspra alla maniera dei buoni cavalieri coi cavalli focosi. Poichè, soggiugneva, siccome costoro, domati quelli, riescono facilmente cogli altri, così anch'io, dopo di aver praticato colla Santippe, potrò di leggieri comportare gli altri uomini.

XVIII. Queste e simili cose dicendo e facendo, n’ebbe testimonio di lode dalla Pizia, la quale die’ a Cherefonte quel responso che va per le bocche di tutti:

     Socrate de' mortati il più sapiente.

Dal che gli venne grandissima invidia; e più dal convincere di stoltezza coloro che tengono sè stessi in gran conto; dei quali fu certamente anche Anito, come si ha dal Menone di Platone. Poichè non potendo costui comportare la pungente ironia di Socrate, prima eccitò