Vai al contenuto

Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1842, I.djvu/364

Da Wikisource.

capo vii, bione 329

Ciò sul conto mio. Il perchè e Perseo e Filonide cessino di farne ricerca, e tu considera me da me stesso.

II. E per verità, Bione era nel resto artificioso e sottile sofista, e molte volte diede occasione, a chi volea, di andare spaziando nella filosofia. Alcune volte però era dolce, e poteva essere allettato dal fumo.

III. Lasciò molti commentarii ad anche apotemmi pieni di utile sottigliezza; come allorchè, essendo biasimato di non dare la caccia ad un giovinetto: Non si può, disse, prendere coll’amo il cacio molle. — Interrogato una volta, chi era l’uomo che avea maggiori inquietudini, rispose: Quello che vuol condurre a buon fine le cose grandissime. — Interrogato se si dovea menar donna — poichè a lui si attribuisce anche questo — rispose: Se la sposi brutta, avrai un castigo: se bella, l’avrai comune. — Diceva: Essere la vecchiezza il porto dei mali, perchè tutte le cose in quella rifuggono. — La gloria essere madre degli anni. — La bellezza un bene altrui.La ricchezza nerbo degli affari. — Ad uno che avea consumati i suoi poderi: La terra, disse, ha ingoiato Amfiarao, e tu la terra. — Gran male il non poter sopportare il male.Biasimava quelli che abbruciando gli uomini come insensibili, gli invocavano poi come sensibili. — Solea dire: Essere da preferirsi il compiacere altrui della propria bellezza al por la falce in quella degli altri; perocchè si fa oltraggiò all’anima ed al corpo. — Mordeva anche Socrate affermando: Che se potè usare di Alcibiade e s’astenne, fu pazzo, se non potè, nulla fece di straordinario. — Facile, diceva, la via dell’in-