Pagina:Lanthropologiadi00capr.djvu/147

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LIB. III.

non maggior laude, almen più contentezza che le figliuole non havesseno mendicata la dote: et quei che ci insegnano esser forti contra il dolore: truovano alla sua scuola pochi discepoli: et se pur è alcuno tolerante l'adversità, non è d'attribuirne tanta laude alla volontà, quanto alla necessità. Che dirò della temperanza, la quale à me par quella virtù, che meno dell'altre dovrebbe esser prezzata, come nemica principale del piacere: per lo qual assai huomini sono che fanno tutte le lor attioni: non cercando altro che fuggir le miserie: di che questa vita è piena. Et nel vero io stimo gran saviezza esser di coloro, che fanno tra tante cagioni di noia alle volte trovare occasione di vivere giocondamente: et cosi credo facciano le donne: et che siano più temperate nelle parole, che ne gli effetti. Et avegna che alcune siano state tali, come hieri fu detto, sono perciò non men rare che la Phenice. Ma in questa parte voglio esser brieve, per non dirle contra; ch'io on intendo (come ho già detto) tormi la lor inimicitia. Sol tanto dico esser pur mala cosa guardarsi dalle cose che piacciono, per seguir quelle che non piacciono: et à me pare che ciascuno dovrebbe pigliarsi i piaceri, mentre può havergli: perché dispiaceri mai non mancano: et chi altramente fa ò da morte prevenuto, ò da vecchiezza; indarno si duole de suoi male spesi tempi: et potra di leggiero avenire, che havrà tempo di pentirsi, ma non di rimediare. Fu etiandio lodata la bellezza: la quale è fior caduco, nemicissima dell'honestà, et è stata cagione tante volte d'infiniti mali: et già Troia per la beltà d'Helena da Greci fu disfatta: et sovente ancora