Pagina:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu/34

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GIOSUE CARDUCCI

terrarum; idcirco de naturalis moralitatis radice vulgares aliquas et novellas eduxi propagines, theologorum, doctorum, philosophorum et venerabilium auctorum sententiis approbatas.» È probabile l’ipotesi del Crescimbeni, che il trattato dalle mani del capitano incurioso passasse a quelle del re da sermone, fra le cui carte trovato dopo la morte fosse tolto per opera sua. Ma così pur fosse facile rivendicare tutte le regie usurpazioni, come di questa fu: che poco dopo la pubblicazione dell’F. Ubaldini il quale attribuivalo a Roberto1, fu data notizia al Crescimbeni d’un codice dell’erudito fiorentino Bargiacchi dove il trattato era e diverso e più esteso che lo stampato e col nome del notaro bolognese. Ora la cosa è chiarissima: pur molti seguirono e seguono a riprodurlo e citarlo sotto nome di Roberto: tanto è vero che gli animi umani sono proni all’ossequio della fortuna e della forza, anche se di quelle non resti che l’ombra.

Non è qui il luogo a parlare di fra Domenico Cavalca pisano (m. 1342). uno dei padri della nostra prosa; nella quale riuscì miglior poeta che nelle Laude, nelle Serventesi, nei Sonetti con cui seguita la maniera di Fra Iacopone, e gli sottostà per impeto d’affetto e per calor di invenzioni.


IV


Ecco insieme due contemporanei di Dante che ne piansero in versi la morte, e un amico e un figlio di lui che ne illustrarono in versi la maggiore opera.

Fiorentino il primo e figlio, secondo l’Allacci2 e i

  1. F. Ubaldini; edizione cit. delle Rime originali del Petrarca; Trattato delle virtù morali e Canzoni del Bonichi.
  2. L. Allacci: Lettera agli Accademici della Fucina, premessa a’ Poeti antichi, ecc. (Napoli, d’Alecci, 1661); e a questa lettera ci riportiamo citando altrove l’Allacci.

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