Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/215

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

207

CAPITOLO DECIMOSESTO.


Nel quale si svolge il più incredibile dramma familiare che possa immaginarsi. — Digressione sulle vicende di Roma, sopra Foscolo, Parini, ed altri personaggi della Repubblica Cisalpina. — Io guadagno una sorella, e dò a Spiro Apostulos una sposa. — Mantova, Firenze e Roma. — Avvisaglie al confine napoletano. — La ninfa Egeria di Ettore Carafa. — Una scommessa mi fa riguadagnar la Pisana; ma alla prima non ne sono molto lusingato.


Il dì quindici febbraio 1798, cinque notaj in Campo Vaccino avevano rogato l’atto di libertà del popolo romano. Assisteva liberatore quel Berthier, che aveva assistito traditore al congresso di Bassano per la conservazione della Repubblica Veneta. Il papa stava chiuso nel Vaticano fra svizzeri e preti; e negando egli di svestirsi dell’autorità temporale, fu levato di Roma militarmente e condotto in Toscana. Unico esempio di inflessibilità italiana in quel tempo di continui mutamenti, di subite paure; e fu in Pio VI. Per quanto poco cristiano mi fossi, ricordo che ammirai la costanza del gran vecchio, e comparandola alla tremula debolezza del doge Manin, faceva doloroso raffronto fra quei due più antichi governi d’Italia. Roma già consumata dal trattato di Tolentino, fu del tutto spogliata per la presenza dei repubblicani; l’uccisione del general Duphot, pretesto alla guerra, fu suffragala con esequie, con luminarie, e colla spogliazione di tutte le chiese. Casse gravi di pietre preziose s’incamminavano per Francia, mentre l’esercito restava stremo di tutto, e tumultuava contro Massena, succeduto a Berthier. Le campagne insorgevano ed erano piene d’assassinii; cominciava insomma uno di quei drammi sociali, rimasti solamente possibili nel mezzogiorno d’Italia e nella Spagna. In quel torno, compiuto l’ordinamento della legione del Carafa, non altro