Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/451

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capitolo ventesimo. 443

vista. Certo io metto quel momento fra i più felici della mia vita. Ma ne ebbi subito dopo uno assai doloroso.

La Pisana era accorsa anch’essa ad assistere all’ultima parte del miracolo: quando dopo il primo soavissimo impeto fatto dalla luce negli occhi miei, cominciai a distinguere le persone e le cose che mi circondavano, il primo volto nel quale sostenni lo sguardo fu il suo. Oh se l’aveva ben meritata una tal preferenza! Nè amici, nè parenti, nè figliuoli, nè moglie, nè il medico che m’avea reso la vista, meritavano tanto della mia gratitudine. Ma quanto la trovai cambiata!... Pallida, trasparente come l’alabastro, profilata nelle sembianze come una Madonna addolorata di Frate Angelico, curva della persona come chi ha portato sul dorso gravissimi pesi e non potrà più raddrizzarsi; gli occhi le si erano ingranditi meravigliosamente, e la metà superiore della pupilla, adombrata dalle palpebre, traspariva da queste in guisa d’un lume dietro un cristallo colorato: l’azzurrognolo della melanconia e il rosso del pianto si fondevano nel bianco della retina, come nel simpatico splendore dell’opala. Era una creatura sovrumana; non mostrava alcuna età, soltanto si poteva dire: costei è più vicina al cielo che alla terra!

Che volete? Io son debole di temperamento, e non ve lo nascosi mai. Mi si gonfiò il petto d’un’angoscia improvvisa e profonda, e scoppiai in lagrime dirotte. Tutti immaginarono che fosse per la consolazione; ma Lucilio forse giudicò altrimenti; infatti io piangeva perchè gli occhi mi riconfermavano il terribile significato attribuito da me al suo silenzio dei giorni passati. Vidi che la Pisana non apparteneva più a questo mondo; Venezia, come avea detto ella stessa, non era che il suo secondo desiderio; il primo era pel paradiso! Mentre questo triste pensiero mi rompeva il petto a sconsolati singhiozzi, ella si tolse dalla spalla dell’Aquilina su cui s’era appoggiata, e la vidi