Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/481

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capitolo ventesimoprimo. 473

tro qualche intenzione ce l’ebbi, e perciò mi do vanto di aver cooperato primo al qualunque siasi risorgimento del commercio veneziano. Sibbene tutte queste magnificenze avvennero in seguito, e mi tocca ora recedere ai primi mesi, quando esse non mi vagolavano pel capo che come lontane e forse infondate lusinghe.

Donato, il mio secondogenito, si adattava facilmente ad aiutarmi nella nuova professione di commerciante; e benchè ragazzo affatto, per una sua acutezza mirabile d’ingegno mi giovava assaissimo. Egli era un pazzerello così godibile, che quando mi si oscurava l’anima di malanconia, non aveva che a rivolgermi a lui per esser rischiarato. Teneva ottima compagnia a sua madre; e frequentava molto con lei la casa del conte Rinaldo di Fratta, ove dopo la morte del Navagero si era ridotta anche la reverenda Clara. Il Conte era ancora registratore della Ragioneria del Governo a un ducato al giorno, e non viveva che nell’ufficio e nelle biblioteche; ma la Clara, avendo serbati i suoi vincoli d’amicizia colle sorelle smonacate di Santa Teresa, gli avea tirato in casa buon numero di visitatrici. A poco a poco intorno a quel primo nocciuolo s’erano appostati altri elementi di società: patrizi di vecchio o nuovo conio, per la maggior parte persone che rimpiangevano in fondo l’antico ordine di cose, e lodavano e facevano lor pro’ delle presenti per non esser costretti alle fatiche, e condannati all’inedia di nuove rivoluzioni.

Donato osservava quegli stampi originalissimi, e sapeva metterli in burla con qualche scontento di sua madre; io invece me ne consolava vedendo che, soltanto a ragione di lei, si piegava a trovarsi quasi tutti i giorni con quelle mummie, e che non ne avrebbe mai imparato le sucide massime e la meschina ipocrisia. L’Aquilina dal canto suo stringeva ogni giorno più le sue relazioni colla signora Clara, perchè, diceva ella, non si sapeva mai dove