Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/485

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capitolo ventesimoprimo. 477

bene le tue idee e a diffidare, massime quando ne hai non poche ragioni. —

Egli non rispose verbo, mostrandomi col suo contegno che di tutto avrebbe diffidato, fuorchè della saldezza di quel suo divisamento. E infatti io ne maravigliai; ma per quanto lo tentassi in una maniera o nell’altra, egli rispondeva queste sole parole: «Ho capito che a questo mondo si ha il dovere di vivere a vantaggio di qualcuno; adunque vi prego, lasciatemi vivere!» Sua madre strepitò di questo disegno sul quale pochi mesi prima sembrava affatto indifferente; ma ne ottenne nulla del pari. Luciano stette fermo nel voler partire; e non aspettava altro che un cenno di lord Byron per imbarcarsi con lui. Io conosceva il famoso poeta di nome e di fama; lo aveva anche veduto due o tre volte in qualche sua rara apparizione sotto le Procuratie, giacchè da molto tempo egli pareva aver adottato per patria l’Italia ed in special modo Venezia. I poeti sono come le rondini, che volentieri fabbricano il loro nido fra le rovine. Quell’accostarsi di Luciano alla generosa disperazione del sublime misantropo non mi garbava gran fatto; temeva che ne nascesse qualche somiglianza di passioni, che cioè la grandezza e la nobiltà dell’impresa fosse il minor incentivo a tentarla, e che in lui potesse l’ambizione, come il fastidio dei piaceri nel torbido lord. Luciano era assai giovinetto, facile perciò a rimaner abbagliato da quell’apparenze di sublimità mefistofelica che in fin dei conti non servono ad altro che a nascondere un’assoluta impotenza di comprendere la vita e di raggiungerne lo scopo. Bensì era impossibile che così fanciullo agognasse sinceramente questa sterile filosofia del disprezzo, e se ne imitava il corifeo, non poteva essere che per vaghezza di rendersi singolare e di risplendere della luce altrui. Or dunque temeva e non a torto, che, messo alla prova, la sua risolutezza non sarebbe stata rigorosa