Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/162

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più di molti altri uccelli insieme di quelli che solitamente pigliava, lo mise in una gabbia e lo portò alla città. Giunto al mercato, un uomo lo fermò, e gli chiese quanto ne volesse.

«In vece di rispondere a tale interrogazione, il contadino domandò al borghigiano a sua volta, cosa intendesse di farne quando lo avesse comprato. — Buon uomo,» rispose l’altro, «cosa vuoi che ne faccia se non arrostirlo e mangiarmelo? — Per tal modo,» ripigliò il contadino, «credereste d’averlo ben comprato quando me ne aveste dato la più piccola moneta d’argento. Ma io lo stimo ben di più, e non ve lo cederei quand’anche me ne deste una pezza d’oro. Sono molto vecchio, ma in vita mia non ne ho ancora veduto uno simile. Corro a farne un presente al re: egli ne conoscerà il pregio meglio di voi. —

«Senza trattenersi al mercato, il contadino andò al palazzo, fermandosi davanti all’appartamento del re. Stava questi presso ad una finestra, d’onde vedeva tutto ciò che accadeva nella piazza. Quand’ebbe veduto il bell’uccello, ordinò ad un officiale degli eunuchi di andarglielo a comprare. L’officiale recossi dal contadino, e chiestogli quanto ne volesse: — Se è per sua maestà,» rispose colui, «lo supplicherete d’aggradire che gliene faccia un dono, e vi prego di portarglielo.» L’altro portò l’uccello al re, ed egli lo trovò tanto singolare, che incaricò l’officiale di dare dieci pezze d’oro al paesano, il quale partì contentissimo; quindi fece porre l’uccello in una magnifica gabbia, e dargli grano ed acqua in vasi preziosi.

«Il re, che stava per montar a cavallo per andare alla caccia, non aveva avuto tempo di veder bene l’uccello; se lo fece portare al suo ritorno, e recatagli dall’officiale la gabbia, per meglio considerarlo, il re medesimo l’aperse, e prese l’uccello in mano. Guardandolo con grande ammirazione, domandò al-