Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/298

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

276


dirgli che aveva su me altre mire, nè degnossi di mostrarne sdegno alcuno.

«Fu il giovane irritato da quel rifiuto: l’orgoglioso si sentiva offeso dello spregio in cui teneasi la sua richiesta, quasi avesse domandato una donzella comune o fosse stato di nascita pari alla mia. Nè fermandosi a questo, risolse di vendicarsi del re, e con un’ingratitudine, che ha pochi esempi, cospirò contro di lui, e pugnalatolo, si fece proclamare re di Deryabar da gran numero di malcontenti, del cui dispetto seppe approfittare. Sua prima cura, appena videsi liberato di mio padre, fu di correre egli stesso nel mio appartamento alla testa d’una parte dei congiurati, col disegno di togliermi la vita o costringermi per forza a sposarlo. Ma ebbi il tempo di fuggire; mentre stava intento a trucidar mio padre, il gran visir, stato sempre fedele al suo signore, venne a strapparmi dal palazzo, e mi pose in sicurezza nella casa d’un suo amico, dove mi trattenne finchè un vascello, segretamente allestito per sua cura, fu in istato di sciogliere le vele. Allora uscii dall’isola accompagnata da una sola governante e dal generoso ministro, che preferì seguire la figlia del suo padrone nell’esiguo, anzichè obbedire al tiranno.

«Proponevasi il gran visir di condurmi nelle corti de’ re vicini ad implorarne l’assistenza, ed eccitarli a vendicare la morte del re mio padre; ma il cielo non approvò una determinazione che ci pareva tanto ragionevole. Dopo alcuni giorni di navigazione suscitossi una furiosa tempesta, e malgrado l’arte de’ marinai, il vascello, trasportato dall’impeto dei venti e dei marosi, ruppe contro uno scoglio. Non mi fermerò a farvi la descrizione del nostro naufragio; mal vi dipingerei in qual modo la mia governante, il gran visir e tutto l’equipaggio furono inghiottiti negli abissi del mare: il terrore ond’era colta,