Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/477

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le necessarie riflessioni, per poco senno che abbiate; vengo a ciò che mi risguarda. Come mai vi è potuto saltare in testa un’idea sì straordinaria come quella di volere ch’io vada a far al sultano la proposta di darvi in consorte la principessa sua figliuola? Suppongo di avere, non dico l’ardire, ma la sfrontatezza d’andar a presentarmi davanti a sua maestà per fargli una domanda tanto stravagante; a chi mi rivolgerò per essere introdotta? Credete voi, che il primo al quale ne parlassi, non mi tratterebbe da pazza, e non mi scaccerebbe indegnamente come meriterei? Suppongo anche non vi fosse difficoltà a presentarsi all’udienza del sultano; so non esservene alcuna quando si vuol andare a chiedergli giustizia, e ch’ei la rende volontieri a’ sudditi che gliela domandano. So inoltre che quando si va a presentarsegli per impetrarne una grazia, ei l’accorda con piacere, se vede che sia meritata e che ne siamo degni. Ma siete voi in codesto caso, e credete aver meritata la grazia cui volete ch’io gli domandi per voi? Ne siete forse degno? Che cosa faceste pel vostro principe o per la patria, ed in qual guisa vi siete segnalato? Se nulla operaste per meritarvi grazia sì grande, e d’altronde non ne siete degno, con qual fronte potrei io chiederla? Come aprire soltanto la bocca per proporla al sultano? La sola sua maestosa presenza e lo splendore della sua corte mi chiuderebbero tosto la bocca, a me, che tremava davanti al mio marito e vostro padre, allorchè doveva domandargli la menoma cosa. V’ha poi un’altra ragione, o figlio, cui non pensate, la quale è, che non si può presentarsi davanti ai nostri sultani senza offerta in mano, ove si abbia ad impetrarne qualche grazia. I doni hanno almeno questo vantaggio, che se essi ti negano la grazia, per le ragioni che ne possono avere, ascoltano almeno la domanda e chi la fa senza ripugnanza