Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/531

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«Aladino, il quale aveva lasciato il sultano per dare qualche ordine, capitò in quel mentre. — Figlio,» gli disse il sultano, «ecco il salone più degno di essere ammirato di quanti ne esistano al mondo. Una sola cosa mi fa maraviglia, il vedere, cioè, questa gelosia imperfetta. Fu dimenticanza,» soggiunse, «o negligenza, o perchè gli operai non ebbero il tempo di dar l’ultima mano a sì bel pezzo di architettura?

«— Sire,» rispose Aladino, «non è per alcuna di questo ragioni che quella gelosia sia rimasta nello stato in cui la vede vostra maestà. La cosa fu fatta a bella posta, ed è per mio ordine espresso che gli operai non l’hanno toccata: io voleva che vostra maestà avesse la gloria di far terminare questa sala ed il palazzo a un tempo. La supplico a voler aggradire la mia buona intenzione, affinchè possa ricordarmi del favore e della grazia che avrò da lei ricevuto. — Se lo faceste in tale intenzione,» ripigliò il sultano, «ve ne son grato, e darò subito gli ordini necessari.» In fatti, comandò si chiamassero i gioiellieri meglio provvisti di pietre preziose e gli orefici più abili della capitale.

«Intanto il sultano discese dalla sala, ed avendolo il genero condotto in quella nella quale aveva trattato la principessa Badrulbudur il giorno delle nozze, poco dopo giunse la sposa in persona, ed accolse il padre con aspetto, che ben gli dimostrò quanto fosse contenta del suo matrimonio. Eranvi colà due tavole ammannite de’ cibi più dilicati, e servite tutte in vasellame d’oro; il sultano sedè alla prima, e mangiò colla principessa sua figliuola, Aladino ed il gran visir, mentre tutti i signori del seguito venivano trattati alla seconda, ch’era lunghissima. Il sultano trovò le vivande d’ottimo gusto, e confessò che mai non avevano mangiato di più eccellenti; la medesima