Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/634

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commi la parola, nè mi fu possibile darne al mio benefattore altro segno fuorchè avanzando la mano per prendergli il lembo della veste e baciarla; ma egli la ritirò allontanandosi, e continuò, insieme all’amico, per la sua strada.»


NOTTE CCCLIV


Schcherazade, destata dalla sorella all’ora consueta, continuando la storia cominciata, parlò di tal guisa al sultano, questa notte e le seguenti:

— «Riprendendo, dopo la loro partenza, il mio lavoro, il primo pensiero che mi venne fu di pensare al sito dove porre la borsa al sicuro, non avendo nella piccola e povera mia casa nè baule, nè armadio da chiudere, nè sito veruno in cui esser certo che non venisse scoperta, se ve la nascondessi.

«In tale, perplessità, siccom’era solito, come l’altra gente della mia specie, di nascondere la poca moneta che possedeva nelle pieghe del turbante, abbandonai il lavoro, e col pretesto di accomodarlo, rientrai in casa, e presi così bene le mie precauzioni, che, senza farne accorti nè mia moglie, nè i figliuoli, cavai dalla borsa dieci pezze d’oro, ponendole a parte per le spese più urgenti, ed avvolsi il resto nelle pieghe della tela che contornava il turbante.

«La spesa principale ch’io feci nel medesimo giorno, fu di comprare una buona provvisione di canapa; poi, essendo un bel pezzo che nella mia famiglia non si vedeva carne, andai alla beccheria, e ne comprai per la cena.

«Tornava colla carne in mano, allorchè un nibbio