Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/735

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

317

«Ora, in una di tali feste, dopo che i più destri ed ingegnosi del paese, insieme agli stranieri che trovavansi a Sciraz, ove allora risiedeva la corte, ebbero dato al re ed a tutto il suo seguito il divertimento dei loro spettacoli, e che il re ebbe fatto le consuete largizioni secondo il merito di ciascuno, e ciò che spiegato aveva di più straordinario, maraviglioso e meglio soddisfacente, distribuite con un’equità che aveva contentati tutti; mentre si disponeva a ritirarsi e congedare la grande assemblea, comparve appiè del suo trono un Indiano, facendo avanzare un cavallo sellato, imbrigliato e riccamente bardato, foggiato con tal maestria, che a guardarlo lo si sarebbe preso per un vero cavallo.

«Prosternossi l’Indiano davanti al trono, e quando si fu alzato, mostrando al re il destriero: — Sire,» gli disse, «benchè mi presenti l’ultimo davanti a vostra maestà per entrare in lizza, posso nondimeno assicurarla che in questo giorno di festa ella non ha veduto nulla di più maraviglioso e sorprendente, quanto il cavallo sul quale la supplico di volgere lo sguardo.

«— Io non veggo in questo cavallo,» rispose il re, «null’altro fuorchè l’arte e l’industria dell’artefice nel dargli la somiglianza, più che gli fu possibile, d’uno di codesti animali vivi; ma un altro artista far ne potrebbe uno consimile, che fors’anco lo superasse in perfezione.

«— Sire,» ripigliò l’Indiano, «non è appunto per la costruzione, nè da quanto egli sembra all’esterno, ch’io intendo far dalla maestà vostra considerare il mio cavallo come una maraviglia; bensì per l’uso ch’io so trarne, e che farne può al par di me ogni uomo, mediante il segreto che posso comunicargli. Quando io vi salgo, in qualunque sito della terra, per lontano che possa essere, io voglia trasportarmi per le regioni aeree, posso in breve tempo