Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/88

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NOTTE CCXLVI


— Sire, il califfo uscì dunque dal palazzo, travestito da borghigiano, col gran visir Giafar e Mesrur, capo degli eunuchi, e camminò per le vie di Bagdad finchè giunse al giardino. La porta stavane aperta per la negligenza di Sceich Ibrahim, il quale aveva dimenticato di chiuderla tornando col vino, cui era stato a comprare. Il califfo ne rimase scandalizzato. — Giafar,» diss’egli al gran visir, «che cosa significa la porta aperta a quest’ora? Sarebbe possibile che fosse l’uso di Sceich Ibrahim di lasciarla così spalancata alla notte? Preferisco credere che l’imbarazzo della festa abbiagli fatto commettere tale mancanza. —

«Il califfo entrò nel giardino, e giunto al padiglione, siccome non voleva salire al salone senza prima sapere cosa vi si facesse, si consultò col gran visir se non dovesse ascendere sugli alberi più vicini, per chiarirsene. Ma guardando la porta dell’edificio, si accorse il gran visir ch’era semiaperta, e ne lo avvertì. Sceich Ibrahim l’aveva lasciata socchiusa, quando Noreddin e la Bella Persiana avevanlo persuaso ad entrare per tener loro compagnia.

«Il califfo, abbandonato il suo primo disegno, salì senza far rumore alla porta del salone, la quale essendo appunto socchiusa, gli diede agio di poter vedere quelli che vi stavano dentro senza esserne veduto. Ma quale non fu la sua maraviglia scorgendo una dama d’impareggiabile bellezza ed un giovine di leggiadro aspetto, seduti a tavola insieme col custode! Sceich Ibrahim teneva in mano la tazza, e andava dicendo alla Bella Persiana: — Mia bella dama,