Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/464

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

54


«Io comandava l'antiguardo del nostro esercito, e fui primo ad attaccare in persona il corpo de’ geni di Salomone ed il loro re Demirat, il quale mi si accostò sotto la forma d’un vulcano eruttante torrenti di fuoco, e sforzavasi di soffocarmi nelle sue fiamme. Mi difesi coraggiosamente, ma alla fine, non potendo più resistere, mi diedi alla fuga. Salomone allora comandò alle sue truppe d'inseguirci, e nell’istante medesimo ci trovammo circondati da tutte le parti dai geni, dagli uomini, dalle bestie e dagli uccelli, che ci calpestavano, ci laceravano cogli artigli, e col becco ci cavavano gli occhi. Volle Demirat impadronirsi di me; io continuai a fuggire per ben tre mesi, ma infine mi raggiunse e mi legò a questa colonna. —

«Finito dal genio il racconto, i nostri viaggiatori lo lasciarono, e tra breve giunsero alla città di Bronzo. Le mura erano appunto tutte di questo metallo, ma il più sorprendente era che non vi si scorgeva nessuna porta. Si eressero dunque le tende, e Talib figlio di Sehl andò alla scoperta ed a far il giro della città, per vedere se le mura fossero dall’altro lato meno alte. Dopo aver camminato per tre giorni, tornò ad annunziare a’ compagni, che le mura in tutte le altre parti trovavansi ancor più alte. Saliti quindi i due emiri e lo sceik Abdos-Samed sur un monte vicino, rimasero colti da stupore all’aspetto della grandezza dei palagi, della magnificenza delle cupole, e della bellezza dei giardini e de’ canali racchiusi nella città ; senonchè niuna creatura umana vedeasi in que’ luoghi straordinari; pipistrelli e corvi n’erano i soli abitanti. Lo sceik ed i due compagni discesero per far il giro della città, ed in un sito scoprirono quattro tavole di marmo ove videro scolpite iscrizioni contenenti savie massime e precetti pii. Sulla prima leggevasi: