Pagina:Le monete attribuite alla zecca dell'antica città di Luceria.pdf/17

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CENNO SULLE ANTICHITÀ DI LUCERIA




I primordi di questa città capitale della Daunia, sono involti, dicevamo or ora, nel velo del mistero e della favola. L’esagerazione messa in tutte le cose da’ nostri patri, greci od italici che fossero, di attribuire ogni ordinario evento, a divinità, ad influenze soprannaturali, a miracoli, diè luogo a quelle favole tanto avidamente accolte da popoli ignoranti, e privi del lume della filosofia, a quei racconti immaginari atti a divertire i fanciulli malati od insonni. Che non pertanto tramandati dagli scrittori dell’antichità, co’ medesimi colori, o perchè imbevuti de’ medesimi principî, o per essere fedeli e materiali riportatori de’ popolari racconti e tradizioni, disnaturarono il vero, e caddero nel dilegio1. Qualche fiata, sdegnosi di riportare di certe città le stesse origini divine adombrate di favole e di esagerazioni, si tacquer del tutto, e quindi ci rimasero sforniti di ogni notizia o sussidio qualunque, che la popolare tradizione tramandava alle generazioni avvenire. Indarno lo spirito di ricerca del secolo si studia di trovare elementi ove manca ogni genere d’indizio, o fondamento qualunque. Tanto si verifica in risguardo agli antichi fondatori di Lucera. Tutte le leggende sono cose immaginarie, sono parti di inferma fantasia; imperò resterà per noi sempre fermo, che desso fu antico popolo italico, che partecipò della civilizzazione del proprio progredire delle umane

  1. « La Daunia (dice Micali Storia degli antichi popoli d’Italia Vol. 1. pag. 310.) è la più grande e notabil parte della Japigia. Confinava a settentrione co’ Freutani col mezzo del Frentone (oggi fiume Fortore), e comprendendo il promontorio del Gargano, si estendeva fino al fiume Ofanto che scende di su dall’appennino, e divide col suo rapido e vorticoso corso la regione de’ Dauni dalla Peucezia. Non vi ha favola che non si spacciasse intorno al Regno di Dauno e di Diomede per questa contrada, nè vi era città di qualche conto la quale non si dicesse fondata dal valoroso figlio di Tideo, e non mostrasse sue reliquie per accertarlo. L’additavano sulla riva dell’Ofanto i campi di Diomede a lui tocchi per dote o per retaggio (Diomedis campi. Festo V.). Serbavausi in Lucera nel tempio di Minerva i donativi e l’armatura dell’eroe (Strabo VI. ante, de mirab. p. 1161.), nè mancavano mille altri segnali del di lui antico impero nella Puglia. Di tal forma tutta la leggenda di Diomede trovava quivi le sue rappresentazioni. E si di vero queste novelle pubblicate per vanto da’ greci, che ne avevano piena la lingua ed il petto, si erano fatte di tante domestiche e locali, che si tenevano dal popolo come una delle glorie più belle della regione. Non ostante ciò, si puole avere per fermo, che Diomede non ponesse mai piede in queste parti, ma non potremmo già negare che qualche colonia di Dorici si stanziasse anticamente in Puglia, così come portava la fortuna de’ tempi ».