Pagina:Le monete attribuite alla zecca dell'antica città di Luceria.pdf/20

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attribuire ai tempi di decadenza romana, perchè non offrono che rozzi e primigeni lavori, e medaglie di grosso peso e volume, sfornite di leggende e di bei disegni. Si è questo il progredire di tutte le umane cose. Dalla rozzezza si passa alla mediocrità; da questa allo stato di perfezione. Dall’arte della monetazione si apprende il grado della civilizzazione di un popolo; dalla loro frequenza la ricchezza di esso; dalle impronte spesso ci è dato intendere costumi e particolarità, che non si son potuti sapere dagli scrittori.

E di siffatte reliquie, moltissime ne conserva, con instancabile cura e diligenza raccolte, il nostro amicissimo ch. Canonico Filippo Lombardi delle patrie memorie passionatissimo cultore, da fornirne pascolo piacevolissimo agli archeologi. Ma ci arrestiamo alla semplice menzione, per non escire da’ limiti di ristretta memoria1.

Il dotto Eckhel2, sull’appoggio di Strabone e Diodoro Siculo, reputava questa Città fondazione greca, e rimembra il primo scrittore, tralle altre magnificenze di questa celebre città, il famoso tempio di Minerva, oggetto di adorazione di tanti popoli circonvicini 3.

E qual dubbio, in quanto concerne i tempi posteriori, che al sopravvenire di tante colonie greche ne’ contorni di Lucera, non abbia ella partecipato col tempo degli usi, delle arti, e delle divinità di quella celebratissima nazione? Ma ciò

  1. « La nota indelebile di barbari (dice il lodato Micali, L. 7. pag. 315.), che Dauni, Peucezi, e Messapi riceverono in ogni tempo da’ Greci, senza nulla discordanza, ne dimostra bastantemente, che eglino eran tenuti da quelli d’altra nazione e lingua. Nè lieve argomento ne porge altresì la durevole inimicizia di coteste genti contro la stirpe degli Elleni, e principalmente a danni de’ Tarantini, che ne patirono quella fiera rotta, che fiaccò di tanto l’alterigia greca » V. Polibio X. 1; Dionys. VIII. 3. 4; Pausan. X. 10. B. e Diodor. passim etc.
  2. Dottrina numorum Veterum Vol. I. pag. 142 Ivi si legge: Lucera vetus Dauniorum urbs, teste Strabone, (IV) a romanis deducta colonia V. C. 440 (Diodor. Sic. L. XIX. c. 72.) a quo tempore ex urbe greca facta latina, numos latinos, exemplo Brundusii, Paesti, Valentiae etc. signavit. Ma ismentisce l’illustre scrittore di poi questa sua opinione, che avesse potuta essere colonia greca, o semigreca, forse come è più plausibile, cioè rammescolamento di greci ed italici, poiché così scrisse a Vol. 4. di detta opera pag. 467. Observandum in hunc catalogum (De Numis Coloniarum) eos tantum urbes fuisse abmissos, quae se colonias aut municipia vel aperte in numis profitentur, vel inscripto varii generis magistratu municipali dubitare non sinunt, eas alterutra conditio ne fuisse. Excludimus igitur Ariminum Umbriae, Luceriam Apuliae, Valentiam Bruttiorum etc. quia earum numi indicium non faciunt, sint ne signati, antequam coloniae jura obtinerent, an post. Stante ciò resta ignorato se l’antico nome Louceri, che leggiamo nelle sue monete, l’ aveva come sua italica denominazione, o ve lo appose divenuta colonia romana.
  3. Degli stranieri archeologi, tra quali si è fatto antesignano il ch. Cav. Millingen, notissimo nelle cose numismatiche, nelle sue Considerations sur la numismatique de l’ancienne Italie, principalemente sur le raport de monumens historiques et philologiques, ha sostenuto, che la sopravvegnenza delle colonie greche apportò alla Italia la civilizzazione, ritenendo questa regione prima del loro arrivo per ignorante barbara ed incivile. Ma questa eresia archeologica, distrutta da tanti monumenti assolutamente italiani, e precisamente dalle tante monete fuse e di stile primigenio, più antico in conseguenza della greca civiltà, fu con zelo veramente italiano, e con forti ragioni, che qui non è d’uopo menzionare, sostenuta, fin coi caratteri potrem dire dell’evidenza, dal ch. A. Gennarelli nel giornale Romano il Tiberino anno VII n.° 32.